ALCHIMIA INTERIORE (XII E ULTIMA PARTE) di Biachiara

Gli strumenti della trasformazione: il Servizio
Il Pellegrino che avanza nella Via e incomincia a distinguere il Reale dall’irreale, comprende che lo scopo delle incarnazioni è di scoprire, e poi percorrere, il Sentiero del Ritorno; attraverso l’accumulo di esperienza e la purificazione dei veicoli egli diventa sempre più idoneo a co-operare al Piano divino per la Terra, in cui intende “svolgere la sua parte”. Meditando costantemente e interiorizzando i concetti di Amore incondizionato e Compassione, Inclusività e Com-prensione, Distacco e Impersonalità, Gratitudine e Perdono, Ordine e Gerarchia, egli sente sempre più il Servizio come azione ovvia e spontanea, come il naturale respiro dell’anima. Lo considera un evidente dovere per la sua integrazione, individuale o di gruppo, nell’unico Corpo in cui “viviamo e siamo”. In tale più alta consapevolezza ogni forma di egoismo appare immatura e sterile:

L’egoismo divide, l’egoismo è la più grande corruzione (la parola “corruzione” significa spezzare e dividere) e dove c’è egoismo c’è frammentarietà: il tuo interesse opposto al mio interesse, il mio desiderio opposto al tuo desiderio, la mia ansia di salire la scala del successo opposta alla tua…Quando iniziate ad essere spassionatamente consapevoli del vostro egoismo, a sopportarlo, studiandolo, imparando, osservandone tutte le complicazioni, allora potrete scoprire quando è in atto e quanto sia completamente inutile (J. Krishnamurti, Gli ultimi discorsi - Saanen 1985).

La Saggezza antica e le Scuole spirituali di tutti i tempi insegnano che l’origine e il Fine dell’universo è l’Amore; il Servizio sincero è il mezzo universale di evoluzione in tutti i livelli dell’essere, tant’è che in ogni regno di natura l’inferiore si sacrifica per il superiore:

Sappi, o discepolo, che questo (il Servizio) è il Sentiero segreto, scelto dai Buddha di perfezione, i quali hanno sacrificato il sé ai Sé dei più deboli
(H. P. Blavatsky, La Voce del Silenzio).

Esso indica, più profondamente, una trasformazione alchemica, il “rendere sacro e universale” un atto, un gesto, un comportamento, un lavoro, svincolandolo dalla ricerca dei “frutti dell’azione”; in tal modo il dono e l’offerta si elevano dal piano umano a quello divino:

Compi dunque l’azione dovuta, perché l’agire è migliore dell’inattività…Al di fuori dell’azione basata sul sacrificio il mondo è vincolato all’azione; compi dunque l’azione in funzione sacrificale, libero da attaccamento (Bhagavad Gita).

L’individuo risvegliato che ha scelto di “calcare il Sentiero”:
- abbandona sempre più il senso di colpa, tipico dei Pesci, e sceglie la Responsabilità, alta e forte, nei confronti dell’umanità tutta;
- tralascia la devozione passiva e gregaria per l’azione del Cuore illuminato dall’Intelligenza;
- non intende più “eseguire senza comprendere” ma vuole “seguire con coscienza”;
- abbandona la strada lastricata di buone intenzioni non concretizzate per debolezza e pavidità e si rafforza nell’esercizio della Buona Volontà;
- non apprende per imitazione da modelli fiacchi o oscuri ma emula i Grandi e si ispira all’Esempio;
- non rifiuta le esperienze dolorose ma ne cerca il messaggio evolutivo nascosto e da esse apprende;
- non cerca supremazie personali ma è attento a che la sua “nota” individuale si fonda armoniosamente nella sinfonia della fratellanza;
- non sfrutta la Terra, ma tende a “pesare poco” sul Pianeta, che riconosce come Essere vivente, e ne preserva la bellezza e l’integrità;
- tende a rapporti ampi e impersonali, nei quali, cioè siano coinvolti il meno possibile la personalità e i personalismi;
- sostituisce all’utilitarismo imperante la gratuità generosa;
- ripudia il grigiore e la viltà dell’indifferenza per la Luce del Servizio generoso.

L’aspirante-ricercatore riconosce sempre più chiaramente che l’indifferenza verso la sofferenza del mondo è una forma di egoistico auto-centramento e la manifestazione della durezza di un cuore ancora inconsapevole dell’unità sottile con gli altri cuori. Liberiamo le nostre anime dall’attaccamento e dalla ricerca del nostro tornaconto, e dilatiamoci nella Fratellanza, che si apre su scenari d’eternità:

Tenda la tua anima l’orecchio ad ogni grido di dolore,
come il loto apre il suo cuore per bere il sole mattutino.
Il sole ardente non asciughi una sola lacrima di dolore
prima che tu stesso non l’abbia tersa dall’occhio del sofferente.
Ma ogni rovente lacrima umana cada sul tuo cuore e vi resti;
né tergerla mai, finché non sia rimosso il dolore che la produsse

(H. P. Blavatsky, La Voce del Silenzio).

 

Il Sacri-ficio, il Dono e la Gioia
L’aspirante che inizia il Sentiero tende, generalmente, ad appagarsi delle conoscenze teoriche delle verità spirituali, adattando i requisiti richiesti alla sua convenienza, invece che vivere secondo quanto va via comprendendo. Ciò perché, mentre è piuttosto facile compiere studi intellettuali relativi al “sentiero spirituale”, è più difficile vivere con coraggio, determinazione, abnegazione, sacrificio.
L’aspirante più avanzato sul Sentiero sente una imperiosa forza interiore, che non gli dà tregua; intuisce che il senso della vita è al di là del contingente quotidiano e lo cerca al di là del limite consueto; sa che la sua vita non può svolgersi in tranquille pianure, e si sente destinato a scalare le vette. Comprende l’importanza del Retto Sforzo, uno dei punti del nobile Ottuplice Sentiero del Buddha, e dell’uso Volontà:

... Questo soffio divino giunge alla porta di tutte le anime, ma non può entrarvi fino a che la volontà dell’uomo non l’abbia spalancata
(Il Vangelo acquariano).

Egli si impegna a “testimoniare” nel quotidiano l’astratto e l’eterno, il piano intuitivo e quello delle idee, il Bello e il Vero; a “sacralizzare” esperienze e situazioni, poiché sa che in tal modo le cose del mondo possono svelare il loro aspetto “esemplare” e “di benedizione”. La “sacralizzazione dell’esistente” produce l’assenza del giudizio e del senso di separatezza e avvia il processo di auto-osservazione imparziale, in cui il “testimone silenzioso” interiore, placando l’emotività e acquisendo obiettività nei confronti del reale, riesce a:
- superare condizionamenti mentali;
- com-prendere parti più ampie di sé e dell’esistente;
- cogliere, almeno in parte, “il Senso” e il “messaggio” di esperienze e situazioni;
- accettare fiduciosamente realtà complesse, come il dolore proprio ed altrui.

La natura dello sforzo per percorrere il Sentiero del Sacrificio non richiede, almeno nelle prime fasi, che abbandoniamo la nostra vita consueta; richiede che selezioniamo nel quotidiano i pensieri e le motivazioni; che liberiamo la mente di contenuti vecchi e sterili; che svolgiamo le nostre occupazioni con consapevolezza e perfezione, migliorando il senso della disciplina e del servizio; che sviluppiamo l’“empatia universale”, verso tutti gli Esseri del Pianeta:

... quando le persone avranno imparato a pensare e a provare sentimenti come dovrebbero pensare e provare sentimenti i veri esseri umani, agiranno umanamente e da tutti verranno compiute spontaneamente opere di carità, giustizia e generosità (H. P. Blavatsky, da una lettera del 1898).

“Sacrificare” è su di un piano più alto di “beneficare”, attività che riguarda il piano mondano; è ancora sul piano umano che il sacrificio viene associato ad una rinuncia che genera senso di perdita: si tratta di un errore di comprensione, che nasce dal fatto che l’io funziona, fino al momento del risveglio, nella modalità dell’acquisizione. Sul Sentiero, il “Sacri-ficio” non è più inteso nel senso “mondano” di una rinuncia frustrante e rassegnata, accompagnata da atteggiamenti rancorosi o vittimistici né è più riferito solo all’ “offrire un dono” o all’ “offrire se stessi”; esso recupera il senso, indicato dall’etimologia, di “compiere un atto sacro” (sacrum facere).

Il termine allora si illumina dall’interno, svelando la sua essenza di mezzo di elevazione per eccellenza: il Sacri-ficio conduce l’“essere umano animale” all’ “uomo umano” - secondo la terminologia della Blavatsky - e poi all’unione dell’umano con il divino. Lentamente, l’individuo in via di risveglio si apre al senso dell’unità della Vita, ove perde di senso la distinzione tra il “me” e il “non me”, poiché tutte le forme manifeste gli appaiono cellule di un unico Corpo evolvente. Conduce una vita di moderazione e di vigilanza in ogni cosa e diventa, con l’attivazione costante del “testimone silenzioso interiore”, padrone dei propri pensieri. Parallelamente allo sviluppo delle qualità superiori, il “Sacrificio” appare sempre più chiaramente atteggiamento “ovvio” e naturale per l’anima matura, che aspira all’evoluzione del Tutto; si fa visibile nell’agire sollecito e benevolo nei riguardi dell’umanità, poiché nasce dalla visione che “la Vita è una” e che il reciproco Servizio, operante come legge dell’Universo, permette all’esistente di manifestarsi in una grande rete di interazione. In tale visione, comprendiamo che va inteso alla lettera il noto detto “Chi danneggia gli altri, danneggia se stesso”:

Realizzate in voi stessi che siete il veicolo di tutta l’umanità, considerate il genere umano come una parte di voi stessi e agite di conseguenza (H. P. Blavatsky).

In questo lavoro, ci sostiene la consapevolezza che ogni nostro progresso si riverbererà nell’umanità intera; tutto ciò che si pensa, si sente, si fa - e si diventa - “è uno, e comune proprietà di tutta l’umanità”, afferma H. P. Blavatsky.

Immaginando l’umanità come un contenitore pieno d’acqua trasparente e gli individui come liquidi colorati, è come se ogni nostro atto o pensiero, piccola goccia di liquido colorato, mescolandosi all’acqua dell’intero contenitore, la colori, stilla dopo stilla, mutandone lentamente la colorazione complessiva. Al termine del processo, l’intera massa d’acqua avrà cambiato completamente il suo colore originario, che sarà diventato ora il risultato di tutti i piccoli contributi dei diversi liquidi colorati. Quando l’uomo, piccola goccia d’acqua nell’oceano della vita, si sveglia alla propria responsabilità, si apre alla Compassione e all’altruismo, cominciando a immettere colori splendenti e luminosi nell’intera Manifestazione. Egli agisce nella consapevolezza che nulla ci appartiene: ogni pensiero, atto, aspirazione, intento, appartiene alla Grande Vita che ci sostiene, e ogni nostro contributo, che nella nostra piccola visione consideriamo singolo e separato, si immette in realtà nel Tutto, modificandolo.

Siamo noi i co-creatori di questo Uni-verso. Da tale più ampia Visione, nasce di conseguenza la necessità, e la gioia, del Sacri-ficio:

... il sacrificio di sé non è una questione di una qualche virtù che dovremmo sviluppare, perché la Legge esiste, è la legge dell’esternamento, e, presto o tardi, dovremo conformarcisi (Jinarajadasa, ex presidente della Società Teosofica).

Di fronte all’idea del Sacrificio osserviamo, in noi e intorno a noi, reazioni di paura, di rifiuto, di resistenza, di scoraggiamento, di fuga. Arjuna, l’eroe della Bhagavad Gita, sente il suo cuore riempirsi di tristezza all’idea di combattere i sui cari, i suoi amici, coloro che ama, coloro per cui ha attaccamento. Sul piano divino, il Sacrificio è pura Gioia che nasce dal dono di sé per una Causa superiore al piccolo sé. E’ abbandono alla preghiera dell’anima matura: “Sia fatta la Tua Volontà e non la mia”. E’ solo quando si progredisce nella sottomissione al divino che si sperimenta la “Letizia”, di cui parla Francesco, poiché nella scelta dell’umiltà e del dono totale si libera la forza spirituale, che si irradia nel Tutto. Nella medesima consapevolezza, Piccarda Donati, anima beata, afferma “..'n la sua volontade è nostra pace” (Paradiso, canto III).
Se intendiamo partecipare a questo universale Dono a beneficio dell’Umanità, operiamo affinché la nostra aspirazione e la nostra forza spirituale si sviluppino nella Gioia. Abbiamo sperimentato che si è felici quando si dà a chi si ama; se sapremo amare l’umanità come le persone a noi care, questa sensazione di Gioia si amplierà, dilatandosi nel nostro dono al mondo.
E’ con il dono di sé che si dissolverà l’ego, con il suo corteo di vanità, superficialità, falsità, avidità, arroganza, materialismo, crudeltà, limitatezza di visione; saremo allora sempre più sensibili al grido di dolore dell’umanità, e sapremo rispondere ad esso con sollecitudine e con ardore, evitando risposte emozionali ed effimere che spesso non portano aiuto ma confusione. Allora:
- sapremo di essere esseri evolventi in un Pianeta anch’Esso evolvente;
- avendo contemplato l’unità del Tutto intenderemo “svolgere la nostra parte”;
- tutto ciò a cui siamo attaccati, per abitudine o debolezza, perderà il primo posto;
- sentiremo che non spetta più al piccolo io decidere il programma della nostra vita;
- i bisogni dell’umanità diventeranno i nostri maestri;
- sentiremo che la nostra piccola vita ha senso solo se messa al servizio della Grande Vita in cui “viviamo e siamo”.

In questa più ampia visione, Sacri-ficio e Dono acquisteranno significati più alti e più sottili:

Occorre un dono di sé totale e sincero, un'apertura di sé rivolta esclusivamente verso il potere divino, un'ammissione costante ed integrale della verità che discende, un costante ed integrale rifiuto della menzogna, dei poteri e delle apparenze della mente, del vitale e del fisico che governano ancora la natura terrestre. Il dono di sé deve essere totale ed estendersi a tutte le parti dell'essere (Aurobindo, 1° agosto 1927).

 

Autore: Biachiara
Messo on line in data: Dicembre 2011
Ultimo aggiornamento: Febbraio 2012

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