IL BAPHOMETTO di Alexandra Celia

Templari: monaci guerrieri alleati di Dio o al servizio di forze ctonie?

 

Disse loro Pilato: ‘Che farò dunque del Gesù chiamato il Cristo?’
Tutti gli risposero: ’Sia crocifisso’. Ed egli aggiunse: ‘Ma che male vi ha fatto?’. Essi allora urlarono: ‘Sia crocifisso!’
(Matteo, XXVII, 22-23)

Dio aveva un Figlio e quel Figlio è morto. È stato crocifisso ed è morto sulla croce. Questo, in estrema sintesi, è il prologo di un romanzo di David Camus, Il cavaliere della vera croce. Romanzo ove il racconto è tutto incentrato sul ritrovamento e recupero della Vera Croce di Cristo, nell’anno del Signore 1187. Nella quasi finzione storica dell’autore, prima ancora della Cerca particolare, vi è la svolta storica delle origini.
Qualche secolo dopo la morte di Gesù l’imperatore Costantino, nel 312, alla vigilia della famosa battaglia del Ponte Milvio contro Massenzio, vede l’Arcangelo Gabriele in un sogno e vede anche una grande croce di fuoco con incise le parole: “In hoc signo vinces”. Costantino segue le indicazioni del sogno – in cui gli si suggerisce di utilizzare tale frase come vessillo che incitasse le truppe – e ottiene una vittoria totale contro i nemici. Nel 326, Sant’Elena, madre di Costantino, parte alla volta di Gerusalemme per ricercare quella Croce di Cristo, che aveva permesso al figlio Costantino di vincere e trionfare. Altra leggenda vorrebbe che l’arcangelo Gabriele le sia apparso in sogno dicendole “Scava sotto il Golgota, là troverai la Vera Croce”. Nel luogo indicato Costantino fa successivamente erigere la Chiesa del Santo Sepolcro.

 

Torniamo al citato romanzo…

Trascorrono i secoli e siamo ora nell’Anno Mille – anno fatidico, foriero di chissà quali sventure. Almeno nella millenaristica visione di alcuni ‘profeti’ – e i pellegrini che si recano a Gerusalemme non si sentono più al sicuro. Ne hanno ben ragione, poiché nel 1009 non sono le trombe dell’Apocalisse che si odono in città, ma il rumore di mazze e mazzuoli utilizzate da iconoclastiche e rozze maestranze musulmane impegnate ad abbattere le pareti del Santo Sepolcro mentre gridano a squarciagola che “Allah Akbar”, “Allah è Grande”. Al-Hakim, sesto califfo del Cairo, principe di Babilonia, pilastro della religione musulmana e ‘pietra angolare’ dell’Islam, ha infatti deciso di finirla per sempre con il Santo Sepolcro. Ma un evento miracoloso e prodigioso ferma la mano sacrilega di Al-Hakim che fugge via nel 1024.

Cosa è successo? Perché mai un valoroso califfo abituato a combattere gli ‘infedeli’ viene impaurito da una voce tonante, seguita da una cupa ed assordante eco scaturente dalle fondamenta del Santo Sepolcro. Che fosse la voce di Cristo? La leggenda –e tutte le leggende possiedono un fondo di verità… –non ce lo dice…

Trascorre ancora del tempo, Goffredo di Buglione e altri cavalieri sopraggiungono a Gerusalemme in difesa del sacro luogo. Il 15 Luglio 1099, finalmente Gerusalemme ritorna alla cristianità, non senza, però, un elevato contributo di sangue. Ancora una volta la Cerca era per la Vera Croce e la storia conferma che nel 1101, Baldovino I, re di Gerusalemme deve vedersela con gli Egiziani che minacciano la Terra Santa. Baldovino chiede un miracolo alla Croce: se avesse vinto l’avrebbe ricoperta di tanta ricchezza, come una donna non avrebbe mai potuto conoscere. Gli Egiziani sono sconfitti e il tesoro raccolto sul campo di battaglia serve a donare alla Vera Croce un abito d’oro e di perle.

Nel 1118, dopo aver permesso ai francesi di vincere a Tell-Danith, la Vera Croce viene ricompensata con la concessione di una guardia particolare: nove cavalieri scelti tra i Templari e gli Ospitalieri danno origine al piccolo drappello di monaci guerrieri che custodiscono la Vera Croce e, forse, anche un magnifico inestimabile tesoro ritrovato durante i loro difficili, interminabili scavi sotto il Tempio di Salomone, ufficialmente utilizzato per la loro logistica militare e difensiva. In questo contesto il templarismo è da considerarsi sicuramente alleato di Dio. Dunque, perché in seguito tante accuse sono state rivolte ai monaci guerrieri, ritenuti quasi cultori di un Credo blasfemo, nemici della Vera Croce, avversari di Dio e sottomessi alla dimensione più occulta dell’ immanenza umana? Proseguiamo la nostra personale Cerca…

 

Il Templarismo magico

Venerdì 13 Ottobre 1307. Nelle prime ore della giornata.
Le guardie del Re di Francia Filippo il Bello, arrestano per sospetta eresia, tutti i membri conosciuti dell’ordine dei Templari su cui possono mettere le mani. Il Papa del tempo, Clemente V, valuta che l’intera forza dell’Ordine ammonti a circa duemila persone mentre a distanza di poche settimane dagli arresti il governo comunica ai docenti dell’università di Parigi che oltre cinquecento Templari hanno già confessato la propria colpevolezza. Ovviamente non di propria spontanea volontà ma dopo violente e crudeli torture!

Nonostante l’efficacia dell’azione di polizia effettuata da Filippo il Bello, alcuni Templari riescono comunque a sottrarsi alla cattura e a fuggire. Solo un piccolo gruppo rinuncia alla latitanza durante il processo poiché la lista governativa dei cavalieri presumibilmente sottrattisi alla cattura appare piuttosto limitata. L’accusa più grave mossa ai malcapitati monaci-guerrieri è di eresia. Secondo la lettera regia che ordina il loro arresto, essi “… come bestie da soma prive di ragione e in realtà più irragionevoli delle bestie stesse nella loro bestialità, hanno abbandonato Dio loro creatore, per sacrificare ai demoni, anziché a Lui”.

Cosa si intendeva per “sacrificare ai demoni”?
Forse oggetto della loro venerazione era il misterioso, inafferrabile Baphomet? L’accusa – anzi le innumerevoli accuse – sono particolarmente gravi, poiché si afferma senza ombra di dubbio che:

… In tutte le province essi possedevano idoli, teste con tre facce, con una sola o anche crani umani… Nelle loro assemblee e soprattutto nei Grandi Capitoli essi adoravano l’idolo come un Dio, come il loro Salvatore, affermavano che questa testa poteva salvarli, che concedeva all’Ordine tutte le sue ricchezze e che faceva fiorire gli alberi e germinare le piante della terra…

Ma, insomma, cosa confessarono di così atroce – ma soprattutto di realmente accaduto – i Cavalieri del Tempio se sappiamo che Ponsard de Gisy, cui era affidata la casa madre dell’Ordine a Payens, ebbe modo di affermare:

Abbiamo confessato sotto tortura!” e poi… “Mi hanno legato le mani dietro la schiena in un modo tale che il sangue mi sprizzava fuori dalle unghie. Poi così legato mi hanno gettato in un pozzo per circa un’ora”.

I capi d’accusa riempiono pagine e pagine di lugubri fascicoli in cui appaiono evidenti alcuni oscuri comportamenti di quei, per molti versi, misteriosi monaci la cui vita, la cui attività sembrerebbe veramente oscillare tra la devozione più assidua ai dettami della religione del Cristo e una certa propensione per gli aspetti di un misticismo in cui non mancherebbero sulfuree divinità ‘ctonie’. Ad esempio si afferma che un templare:

… abnegabat Christum, aliquando Crucifixum, et quandoque Jhesum, et quandoque Deum, et aliquandoque Betam Virginem, et quandoque omnes sanctos et sanctas Dei.

Ovvero “rinnegava Cristo, talvolta Cristo crocifisso, talvolta Gesù e talvolta Dio, talvolta la Santa Vergine e talvolta tutti i santi di Dio…”. Ma la tragedia arriva quando gli inquirenti riescono a dimostrare che:

per singulas provincias habebant idola, videlicet capita quorum aliqua habebant tres facies, et aliqua unam, et aliqua craneum humanum habebant”.

Ovvero che “in ogni provincia hanno tenuti idoli, ossia teste, alcune delle quali con tre facce e alcune con una, mentre altre avevano un cranio umano” e che:

… illa idola vel illum idolum adhorabant, et specialiter eorum magnis capitulis et congregacionibus”.

Cioè “hanno adorato quegli idoli o quell’idolo, in particolare nei capitoli generali e nelle assemblee importanti”. Per concludere che essi: “…adhorabant idolum… ut Deum…” oppure “ut Salvatorem suum...” e che questo idolo… “poteras eos salvare…” e che “ divites facere…” oppure “… omnes divicias Ordinis dabat eis…” o ancora che “… facit arbores florere…” e “…terram germinare…”, cioè che lo veneravano “come Dio”, “come loro Salvatore” e che la testa “poteva salvarli”, “poteva produrre ricchezza”, “da essa provenivano tutte le ricchezze dell’Ordine”, “faceva fiorire gli alberi” e infine “faceva germinare la terra”.

Strane, blasfeme affermazioni frutto delle inenarrabili torture o c’è qualche cosa di reale in tutto ciò? Quel che è certo è che la tortura alla quale sono sottoposti è di una crudeltà inaudita anche per lo stesso periodo medievale, che di tali ben poco edificanti processi ne aveva visti e non pochi, come mette in luce anche un autorevole studioso in materia, C.R. Cheney, nella sua opera “Of the Downfall of the Templars and a letter in their defence”. Poi passano sette lunghi anni…

Parigi. 18 marzo dell’Anno del Signore 1314. Proprio alle spalle della cattedrale di Notre Dame, il Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio – Jacques de Molay – viene immolato sul rogo in nome di blasfeme verità estorte con l’inganno e la tortura. Ma, anche se in articulo mortis, egli ha il coraggio di ritrattare tutto ciò che aveva prima confessato per sopravvivere al tremendo dolore fisico e morale:

Alla soglia della morte, dove anche la minima delle menzogne è fatale, confesso chiamando il cielo e la terra a testimoni, che ho commesso peccato gravissimo a danno mio e dei miei, e che mi sono reso colpevole della terribile morte, perché per salvarmi la vita e sfuggire ai troppi tormenti, e soprattutto allettato dalle parole lusinghiere del Re e del Papa, ho testimoniato contro me stesso e contro il mio Ordine. Ora invece, sebbene sappia quale destino mi attende, non voglio aggiungere altre menzogne a quelle già dette e, nel dichiarare che l’Ordine fu sempre ortodosso e mondo d’ogni macchia, rinuncio di buon grado alla vita”.

Geoffroi de Charny, Precettore di Normandia, segue l’esempio del Gran Maestro e ritratta insieme a lui.

Ma perché ripercorrere queste lontane, tragiche vicende? Perché il punto nodale del nostro interesse per questo oscuro momento della storia templare pone in essere un inevitabile interrogativo: i Templari hanno veramente abbandonato Dio, dimenticando quelli che erano stati, all’inizio gli obiettivi prefissati? Hanno forse versato invano – sempre all’inizio della loro misteriosa avventura in Terra Santa – il loro sangue in difesa della Vera Croce, per adorare poi un’ancor più misteriosa divinità ctonia? Oggetto del loro culto era l’evanescente Baphomet? Oppure … più che la ragion poté la tortura?

Quando gli enigmi della storia si presentano alla mente umana, o di coloro che attuano la Cerca, essi non fanno altro che aprire tutte le porte che conducono ai possibili mondi paralleli della conoscenza. Spesso ampliando cioè il dubbio latente che… non porta da nessuna parte.
Dubbi, enigmi, incertezze che, infatti, non fanno altro che alimentare domande all’infinito facendo solo intravedere, tra le nebbie dei ricordi e le ‘quinte’ della Storia, la possibile verità posta in una sottile linea, tra cielo e terra.

Sono trascorsi sette secoli dalla scomparsa dei Templari eppure essi ancora suscitano un interesse oltre ogni concepibile immaginazione, dando origine ai classici fiumi di inchiostro – dunque anche questo breve rigagnolo! – riversati sulle bianche pagine di libri e riviste! Tutti sono intenti a ricercare la chiave di volta che possa dare finalmente risposte certe e gettar luce sui misteri in cui siamo immersi. Chi scrive condivide appieno il parere dello studioso Franjo Terhart, autore del saggio I Templari guardiani del Santo Graal, in cui egli afferma che i nostri monaci guerrieri ci hanno lasciato sicuramente in eredità un ancora misconosciuto tesoro di natura ermetica, oltre che spirituale e magica. E tra le ‘perle’ di questo ‘tesoro’ c’è forse anche il ricordo di un misterioso idolo…

Baphomet, chi era costui?
E’ questa la domanda che potremmo porci, parafrasando un celebre passo di manzoniana memoria. Qualche ulteriore ‘traccia’ di ricerca è comunque rintracciabile sul saggio di uno degli autori di queste brevi note, Baphomet. Sulle tracce del misterioso idolo dei Templari (SugarCo 2006) – saggio da cui traiamo qualche altro spunto – ma moltissimo sfugge alle indagini dello studioso, del ricercatore o del semplice curioso.

Nell’immagine a lato,
S. Maximin de Baume (Francia). Il cranio attribuito alla Maddalena la quale sarebbe sbarcata in quelle terre e poi lì morta dopo un lungo eremitaggio. Era forse questo un aspetto del Baphomet templare?

 

Chi oggi volesse indagare sulla vera essenza del sulfureo Baphomet potrebbe contare solo su circa centoquaranta deposizioni fatte dai Templari durante le udienze svoltesi a Parigi nei mesi di ottobre e di novembre di quell’annus horribilis che fu il 1307, oltre a un non cospicuo numero di altri documenti relativi ad interrogatori effettuati in Italia.
Nonostante le torture subite, molti dei cavalieri, durante il processo, negano l’esistenza dell’idolo, ma quelli che lo fanno, nelle loro descrizioni danno libero sfogo alla propria fantasia. Parlano – o… vaneggiano? – di un teschio, di un reliquario, di un gatto, di una pittura su di una trave o su un muro, di una testa d’uomo dalla lunga barba, nonché di una testa con quattro piedi. La fantasia non fa certamente difetto a quei malcapitati!

Indipendentemente dalle caratteristiche attribuitegli e dalle sue proprietà, un punto in comune riguarda l’usanza di passare una corda attorno all’idolo e poi indossarlo a contatto con la pelle. Proprio quella cordicella che serviva a ricordare loro il voto di castità, la loro devozione ad una religione, ad un credo che avevano giurato di osservare e proteggere? O aveva anche qualche altra funzione, ad esempio di natura apotropaica? Non lo sappiamo.

Nell’immagine a lato,
Templecombe (Inghilterra). Forse il mitico Baphomet era il volto del Cristo qui raffigurato su una cassa lignea appartenuta ad una magione templare? Si pensa che la cassa contenesse la Sacra Sindone…

 

Passiamo quindi ad analizzare alcune delle più significative deposizioni ai fini dellanostra ricerca sul Baphomet. Secondo le parole di Jean Denis de Tavernay il misterioso idolo viene esibito per la prima volta dal Gran Maestro dell’Ordine Guillaume de Beaujeu e dal Visitatore di Francia Hugues de Pairaud. Sulla base dei dati storici il periodo è da considerarsi tra il 13 maggio 1273 e il 18 maggio 1291, periodo in cui Guillaume de Beaujeu regge le maestranze del Tempio.

 

Un idolo barbuto, un teschio, un gatto

Affrontiamo dunque la descrizione dell’idolo partendo da colui che forse lo conosceva meglio, ovvero il già citato Visitatore di Francia, Hugues de Pairaud, secondo nella gerarchia solo al Gran Maestro:

Questa testa umana io l’ho vista, l’ho toccata e tenuta in mano a Montpellier, in occasione di un capitolo, e l’ho adorata così come tutti i fratelli presenti”.

Nell’immagine a lato,
forse il Baphomet era un’altra raffigurazione delle sofferenze del Cristo, Magari il cosiddetto ‘Volto Santo’ , conservato in Vaticano, ma ormai quasi del tutto ‘evanescente’

Ma non solo a Montpellier esiste l’idolo, stando alla testimonianza rilasciata da Bartholomée Rocherii rilasciata il 19 aprile 1311:

Fui accolto nella grande cappella del Tempio di Parigi. Dopo la vestizione, fui fatto entrare in una cappella più piccola. Ero solo con un dignitario che mi mostrò una testa accanto al tabernacolo. Mi disse di invocarla in caso di pericolo. La testa era coperta da una stoffa leggera. Non so se fosse d’avorio, di metallo o di legno. Non l’ho vista che una volta”.

Da questo emerge l’esistenza, in più di una Commenda, di uno di questi idoli, in particolare una testa, che veniva mostrata durante i capitoli segreti. Ma si tratta realmente di una testa o in realtà è solo una sua rappresentazione? Qual è la sua vera natura? Le testimonianze sono discordanti. Secondo Raynier de Larchant si tratta di una testa barbuta, e tutti i fratelli “l’adorano, la baciano e la chiamano loro Salvatore”.
Guillaume d’Herblay elemosiniere del re ci riferisce che:

Quanto alla testa, l’ho vista in occasione di due capitoli tenuti dal fratello Ugo di Pairaud […] Credo che sia di legno, argentata e dorata in superficie. […] Mi pare che abbia una barba o una specie di barba”.

Idee un po’ più confuse erano quelle di Hugues de Bure, il quale affermava che “Non era legno, ma forse argento, oppure d’oro o di cuoio. Assomigliava a una testa umana, con un volto e una lunga barba”.

Nell’immagine a lato,
il mostruoso Baphomet che si trova sulla chiesa di S. Merry, a Parigi. In tale chiesa, almeno fino agli inizi dell’800, si svolgevano riti non proprio in ‘odor di incenso’ ma in ‘odor di zolfo’…

 

Per Barthélémy Boucher questa testa veniva conservata in un luogo particolare e “Sembrava la testa di un templare, con un cappuccio e una lunga barba bianca ed era conservata in un reliquiario sull’altare”. Secondo Guillaume d’Herblay l’idolo aveva due volti… “due volti terribili. La barba era d’argento”.
Sulla base di un’altra testimonianza aveva due figure: “due figure una delle quali barbuta…”.


Nell’immagine a lato,
un suggestivo dipinto di Domenico Fetti intitolato ‘La Veronica’. Forse la ‘testa barbuta’ di cui si parla nei verbali degli interrogatori era qualcosa di simile? La Sindone forse? Dalle descrizioni dei Templari mille sembrano essere i Baphomet che loro avrebbero adorato. Anche un… gatto

 

Ma l’elenco delle stranissime figure in cui viene identificato il misterioso Baphomet non finisce certamente qui.

15 maggio dell’Anno del Signore 1310. Brindisi, terra di Apulia.
In qualche convento nei pressi della chiesa di Santa Maria del Casale, appunto a Brindisi, si svolgono le inquisizioni nei confronti di alcuni fratelli accusati, manco a dirlo, delle più truci nefandezze, di eresia, di baci osceni e naturalmente di adorare uno strano idolo che nulla aveva a che vedere con i dettami della religione che il Cristo aveva diffuso in Terra Santa poco meno di tredici secoli prima.
4 giugno dello stesso anno. Castello di Brindisi. Tra i cavalieri templari convocati come testimoni, il primo a prendere la parola è un certo frà Giovanni da Neritone, precettore della domus templare di Castrovillari, entrato nell’Ordine il 28 ottobre del 1292 presso la domus di Barletta, nella ricorrenza della festività dei santi Simeone e Giuda, alla presenza di Rainaldo di Varena, Magnus Praeceptor di Apulia. Subito si arriva alle accuse più infamanti – quelle che ormai ben conosciamo! – ma quella a cui ora faremo cenno riguarda appunto la supposta adorazione del pacifico felino che ci tiene compagnia da millenni: il gatto.

Nell’immagine a lato,
le raffigurazioni del mostruoso Baphomet non sono molte in Italia. L’antica stampa raffigura il Baphomet di Saonara (Padova) che era situato nella Grotta dei Templari. Fu distrutto dall’umana inciviltà rappresentata da un gruppo di soldati tedeschi in fuga, durante l’ultimo conflitto

 

Mentre era nella sala del Papillon della domus di Barletta, ricorda frà Giovanni durante il processo, entrò un gatto dal mantello grigio, davanti al quale – incredibile dictu! – tutti i frates si alzarono in piedi togliendosi i cappucci e mostrando l’inequivocabile intenzione di adorare il misterioso animale, della cui sorte non ci è dato sapere nulla.
L’immaginifico frà Giovanni – caritatevolmente preferiamo definirlo così – non possedendo in quella particolare circostanza una veste munita di cappuccio, fu costretto a chinare il capo come segno di una devozione di matrice indubbiamente pagana se non proprio luciferina.

Ma la vicenda sarà andata proprio come ce l’ha descritta frà Giovanni da Neritone? E’ mai possibile che in una tragica circostanza come quella di un processo per eresia, in tempi in cui i giudici non esitavano certamente a mandare al rogo qualsiasi personaggio sui generis, qualsiasi individuo propenso ad abbracciare percorsi di fede non del tutto ortodossi, i fratres templari sotto inchiesta fossero così ingenui da avallare con il loro anomalo comportamento il pur minimo sospetto degli inquisitori?
Forse una spiegazione c’è.

 

Due parole su un gatto templare

Templare, ovviamente, per modo di dire!
Le cronache risalenti al XVI secolo vorrebbero infatti che il gatto certosino traesse origine di alcune aree montuose siriane, comprese tra l’attuale Iran e la Turchia. O almeno così afferma anche l’esperto francese Jean Simonnet.

Nell’immagine a lato,
tra le mille confessioni estorte con le ‘buone maniere’ durante un lungo processo tenutosi nei pressi di Brindisi, alcuni templari confessarono che il loro Baphomet era un… gatto! Eppure una specie felina fu effettivamente portata in Europa dai Templari: è il ‘gatto certosino’ qui raffigurato, dato in dono ai monaci certosini per difendere manoscritti e… cibarie

Una conferma a tale ipotesi deriverebbe anche dal suo mantello spesso e folto, di color grigio-bluastro, che giustificherebbe una provenienza da zone a clima rigido ma, forse, di maggiore spessore probatorio sono appunto cronache del 1500 che narrano di gatti dal pelo grigio chiamati gatti della Siria oppure gatti di Malta o ancora gatti di Cipro. Siria? Malta? Cipro?

Ma sì! Sono queste le aree geografiche che i Crociati e i Templari frequentavano durante i loro viaggi e nulla ci vieterebbe di pensare che sia vera la leggenda che vedrebbe i Cavalieri di Cristo, di ritorno dalla Terra Santa, portare un buon numero di questi volenterosi felini nel monastero francese della Grande Chartreuse dove alcuni templari sembra solessero ritirarsi per brevi periodi di meditazione e di preghiera.
Forse lo scopo di tale dono ai monaci certosini derivava dalla particolare abilità mostrata dai gatti di provenienza siriana e turca nel cacciare i ratti che minacciavano sia le dispense alimentari dei monaci sia i preziosissimi manoscritti che i loro monasteri custodivano.

Il Guardiano della Soglia? Il Baphomet non potrebbe invece essere visto, come una ricerca metafisica dell’anima sotto le specie alchemico-esoteriche e magiche-ermetiche? Ovvero una simbologia che se decodificata, porterebbe il neofita a conoscenze più ampie e profonde? Secondo l’opinione di chi scrive, i Templari hanno deliberatamente celato sotto l’aspetto del demone Baphomet questa verità e ancor più la vera Pistis Sophia.
Rimanendo su tale linea di ricerca entriamo per un attimo nell’allucinante mondo di uno strano personaggio nato alla fine del>XIX secolo:

Ho inviato la mia anima nell’invisibile a decifrare qualche lettera del dopo vita, e in un baleno la mia anima è tornata, e mi ha detto che io sono paradiso e inferno”.

Così scrive infatti l’enigmatico esoterista Austin Osman Spare, a commento di una serie di suoi suggestivi disegni, ispirati a sogni e visioni che dall’Inferno di Dante, traggono spunto. Disegni raffiguranti una moltitudine di entità che sarebbero poste a proteggere il confine che separa queste entità immanenti, dai mondi del limitare, dalla realtà trascendente.

Nell’immagine a lato,
un suggestivo disegno dell’esoterista Osman Spare. Raffigurerebbe, da un punto di vista simbolico, il ‘Guardiano della Soglia’, ciò che forse intendevano alcuni gruppi templari quando parlavano del Baphomet

 

Austin Osman Spare, strana figura e studioso delle realtà parallele, nacque a Snowhill, un sobborgo di Londra tra il 31 Dicembre 1888, e il 1 Gennaio 1889, con la sua opera The book of Pleasure, seppe riunire inconsuete espressioni artistiche con eterodosse attività sessuali, da cui in seguito l’appellativo di occultista satanico. Questo sulfureo personaggio imparò a trarre dalle sue visioni, disegni che lo convinsero che tutto proveniva dal Guardiano della Soglia, che agiva sulla sua mente come regista occulto.

Il Baphomet templare potrebbe dunque essere stato la ‘Soglia’ da varcare e il Guardiano da sconfiggere? E di quale soglia si tratterebbe? È forse il mondo sotterraneo a noi sconosciuto, quello che lo stesso Cristo ha disceso con la sua morte, prima della Risurrezione? Forse il Baphomet, il Guardiano della Soglia può essere considerato una sorta di porta tra i due mondi: quello immanente in cui abitualmente pensano, amano, odiano, vivono gli esseri umani, e quello trascendente, tra le pieghe del quale a volte ci si può avventurare, ma irto di pericoli e ostacoli. Pericoli che anche l’Alighieri sembrerebbe aver sperimentato e descritto nel I Canto dell’Inferno (vv. 31-36).

 

Nell’immagine a lato, poteva l’Urbs aeterna fare a meno di un bel Baphomet? Ovviamente no! Ed eccone uno, almeno così vuole la tradizione, scolpito nella Fontana dei quattro fiumi del Bernini

 

E per concludere…

Giunti alla fine di questo nostro excursus tra le quinte della Storia, perché non avanzare anche un’altra eretica ipotesi? E se i Templari avessero seguito le orme dei Nazirin (tra i quali deve essere annoverato lo stesso Giovanni Battista), gruppo ‘iniziatico’ che adorava la testa come oggetto sacro (forse la medesima di Sansone, la cui forza risiedeva nei capelli, mai tagliati) e degno di attenzione?

Forse i Templari, durante la loro misteriosa e lunga permanenza in Terra Santa, vennero a conoscenza di riti e usanze che contemplavano la venerazione di una particolare testa? Forse il Volto della Sindone? Forse poi mutato – dall’umana fantasia unita alla bestiale crudeltà dei loro torturatori – nelle sembianze del misterioso Baphomet, ammantato di moltissimi elementi esoterici e simbolici? D’altra parte Gesù stesso era un Nazireo, il che porterebbe a nuove entusiasmanti ricerche, che assolverebbero i Templari da ogni possibile, falsa accusa di idolatria e blasfemia, rendendoli invece partecipi di un sublime, trascendente disegno.
Ma questa è un’altra storia e la Cerca continua…

 

Autore: Alexandra Celia
Messo on line in data: Aprile 2007
Apparato iconografico a cura dell’Autrice.