GILGAMESH di Gaetano Dini

Gilgamesh e la sua epopea

Gilgames (o Gilgamesh) fu una figura trasversale della mitologia sumerica, accadica ed assiro-babilonese.
Gli studiosi sostengono che un re storico chiamato Giglames sia effettivamente vissuto regnando su Uruk verso il 2700/2600 a.C.
Il Gilgames mitico, quello dell’epopea, era figlio della dea Ninsun, dea minore del pantheon mesopotamico, e di un sacerdote del tempio di Uruk. Gilgames era quindi per due terzi divino e per un terzo umano.

Con il vivere, a Gilgames, re di Uruk, era diventata tediosa la quotidianità della vita. La sua parte divina infatti non si realizzava nelle opere comuni degli uomini. Aspirava ad altro, all’Alto, all’Assoluto, al Divino.
Gli Dei, benevoli, concessero allora a Gilgames una possibilità di ascesa.
Ma il divino che era in lui risultava insufficiente come forza trainante verso l’alto.
Vi pesava la sua componente umana, un umano ormai infiacchito dalla civilizzazione e dalla vita cittadina, una zavorra al traino.
Gli Dei crearono così un doppio di Gilgames, imponente, forte e potente come lui, Enkidu.

Nell’immagine a lato,
figura di un eroe con leone, facente parte del rilievo di Khorsabad, VIII secolo a.C.
La figura fu a lungo scambiata (per errore) per una rappresentazione di Gilgamesh.
Parigi, Museo del Louvre

 

Questo essere selvaggio aveva conosciuto solo la vita libera della natura. Pascolava assieme agli animali, mangiava con loro l’erba dei campi e con loro si abbeverava alle stesse fonti, succhiando il latte dalle mammelle delle loro femmine.
Enkidu rappresenta simbolicamente la natura incontaminata delle generazioni umane precedenti.
Alto quasi come Gilgames, più muscoloso e irsuto, rappresentava il completamento del re.
Dapprima nemici, i due, il re e il selvaggio, divennero amici; si amalgamarono tra loro in una simbiosi fisica, affettiva e spirituale, divenendo una sorta di persona sola.

Ma Enkidu all’inizio era troppo selvaggio, troppo naturale per essere portato in città, per entrare  a corte. Doveva essere in qualche modo addolcito, reso meno aspro.
Sulle colline dove viveva Enkidu, un cacciatore gli portò allora una prostituta con la quale il selvaggio giacque per sei giorni e sette notti e fu istruito così ai piaceri che dà la donna.
Allora le gazzelle e gli animali dei boschi non lo riconobbero più e fuggirono spaventati da lui.
Ma la calata nell’umano non era ancora finita per Enkidu.
Portato in città, ci vollero un abbondante pasto di pane e una bevuta di sette calici di vino forte prima che Enkidu diventasse ancora più umano.
Ora era pronto.

Come in una frazione matematica, l’unità Gilgame,s suddivisa in 2/3 di divino ed in 1/3 di umano, si avvaleva ora dell’aggiunta di un’altra unità, anch’essa umana ma non contaminata a tal punto dalla civilizzazione, Enkidu.
La somma di queste due unità, quella rappresentata da Gilgames e quella rappresentata da Enkidu, dava un due il quale risultava diviso in 6 parti distinte di cui due parti erano divine e quattro umane.
Di queste quattro, una era una parte di un umano completamente civilizzato, quello di Gilgames, mentre le altre tre parti erano di un umano non completamente civilizzato, quello di Enkidu.
Ricapitolando, dei 6/6 in gioco, 2/6 erano divini e 4/6 umani dei quali 3/6 poco contaminati dalla civilizzazione e utilizzabili per la propulsione verso l’alto. Il re di Uruk aveva infatti necessità di questo nuovo innesto umano, non così indebolito dalla civilizzazione, per tentare la sua scalata verso il Cielo.

Quella di Enkidu rappresenta la natura umana precedente, quella pastorale e nomade, non ancora infiacchita dagli ozi e dai vizi del vivere cittadino. Era questa l’umanità delle epoche precedenti, quella antidiluviana, forte, vigorosa, non contaminata dalle mollezze.
Ora Gilgames, con l’innesto dei 3/6 di questo umano poco contaminato, era stato reso più potente, più agguerrito per tentare la scalata verso il Cielo, verso l’Alto, verso l’Immortalità, dimensioni queste proprie all’umanità precedente la sua.
Armato di tutto punto Gilgamesh si incammina con l’amico Enkidu per cercare Utnapistim, il Lontano, colui che gli dei hanno salvato dal Diluvio e reso immortale.

I due amici nel loro cammino affrontano e uccidono il Guardiano della Foresta dei Cedri ed il mostro Humbaba.
La dea dell’amore e della guerra, Ishtar, scatena allora contro i due eroi, tornati nel frattempo a Uruk, il Toro del Cielo.
Ma anche questo viene ucciso inesorabilmente dai due eroi.
Allora la dea, rosa dalla rabbia, fa ammalare Enkidu, che in pochi giorni muore.
L’uccisione del Guardiano della Foresta di Cedri, del mostro Humbaba e del Toro del Cielo simboleggiano tre prove iniziatiche che il binomio Gilgamesh-Enkidu deve affrontare.
Al termine di queste prove Enkidu muore privando Gilgamesh della sua migliore parte umana, quella poco contaminata dalla civilizzazione. La morte di Enkidu significa che l’umanità del tardo Neolitico non possiede più le caratteristiche e le qualità delle umanità precedenti.

Disperato per la perdita dell’amico, Gilgames tenta lo stesso la scalata verso l’Alto, verso il Divino, con le sue sole forze, così come è.
Si avvia indomito verso le montagne seguendo il cammino del Sole alla ricerca di Utnapistim, il Lontano. Nel suo viaggio l’eroe incontra dei leoni che gli sbarrano il passo, ma lui li uccide.
Gli Uomini-Scorpione sono i guardiani delle porte dei monti che uccidono le persone guardandole negli occhi. Gilgames li affronta e supera la prova.
Nel cammino verso la ricerca della sapienza delle umanità precedenti, ci sono infatti degli ostacoli da superare simboleggiati questi dai leoni e dagli Uomini-Scorpione.
Allora gli Uomini-Scorpione vinti dalla forza del re di Uruk, gli indicano la giusta via da percorrere.

Dopo dodici leghe di cammino, Gilgames giunge nel Giardino degli Dei e vicino al mare incontra la Donna della Vigna, Siduri.
Lei, saputo il motivo della sua venuta, lo esorta a interrompere il cammino e a tornare indietro, nella sua città, adattandosi a vivere come un uomo, ma assaporando anche le gioie che offre la vita degli uomini, i pasti e le bevande, delizie di vita, gli amplessi amorosi con le proprie mogli e le gioie della famiglia allietata dai figli.
Il vino è una bevanda sempre presente nei cammini iniziatici degli eroi, basti pensare al vino che portava sempre con se Ulisse come dono da offrire agli uomini e alle creature non umane che avrebbe potuto incontrare.
Il vino inebriante è infatti un mezzo per l’ascesa spirituale di quegli uomini che tendono ad una dimensione diversa da quella umana.

Ma Gilgames, stanco, smunto e scarmigliato, rifiuta il consiglio di Siduri e persiste nella sua scelta di continuare.
Nel suo faticoso viaggio incontra ora il barcaiolo Ursanabi che lo traghetta attraverso le acque della morte conducendolo finalmente da Utnapistim nella terra di Dilmun, il Paradiso dei Viventi, posto a Est della montagna.
Solo a Utnapistim e sua moglie, scampati al Diluvio, gli Dei avevano infatti dato vita eterna.
Al cospetto di Utnapistim, l’eroe chiede di poterlo interrogare sui vivi e sui morti e di come poter ottenere la vita eterna, l’immortalità.
Utnapistim il Lontano (inteso qui come lontano, distante spiritualmente dagli uomini) risponde dicendo che tutto nella vita è transeunte e racconta a Gilgames la storia del Diluvio che gli Dei abbatterono sulla terra popolata a quei tempi da uomini troppo arroganti.
Utnapistim imbarcò nella nave moglie, figli, parenti e carpentieri che avevano lavorato con lui alla costruzione del natante, assieme a tutti gli animali del campo, domestici e selvatici. Dopo che il Diluvio ebbe termine, Utnapistim scese a terra e con i suoi fece sacrifici agli Dei che vennero lieti da lui. Gli Dei decretarono allora che Utnapistim, nato mortale, sarebbe vissuto con la moglie da immortale, in una terra lontana alla foce dei fiumi (Tigri ed Eufrate).

Il Lontano dice ora a Gilgames che se vuole veramente cercare l’immortalità deve superare una prova, vincere il sonno per sei giorni e sei notti. Gilgames inizia la veglia, ma subito si addormenta fallendo l’impresa.
Quando si sveglia l’eroe è sconsolato sapendo che non è stato forte a sufficienza per superare la prova e conquistare l’immortalità.
Riuscire a vegliare, vincere il sonno significa simbolicamente vincere la natura umana che è in noi.
Mentre Gilgames si accinge a partire, Utnapistim, su sollecitazione della moglie, rivela al re di Uruk che in un canale, sott’acqua, c’è una pianta irta di spine che se mangiata è in grado di dare all’uomo la gioventù perduta. Gilgamesh durante il ritorno si immerge nel canale e trova la pianta.
Il re di Uruk già pensava che oltre che a se stesso avrebbe dato da mangiare la pianta ai vecchi della sua città, facendoli così rinvigorire e ringiovanire. Durante il tragitto di ritorno Gilgames, assetato, beve a uno stagno, ma un serpente, sentito
il profumo della pianta, esce dall’acqua e la prende in bocca portandola via.
Allora l’eroe piange lacrime amar,e perché niente dal suo viaggio era riuscito a portare indietro.

Anche il motivo della pianta magica è ricorrente nei miti.
Prima di incontrare Circe, il dio Mercurio fa mangiare ad Ulisse la misteriosa pianta Moly che lo preserverà dagli incantesimi della maga. Nell’Odissea la pianta magica viene utilizzata nelle sue virtù mentre Gilgames nel suo viaggio perde anche questa come opportunità. La visione del mondo sumera e assiro-babilonese è infatti più cupa, meno vittoriosa di quella che avevano gli Indeuropei a cui appartenevano anche le genti greche.

Tornato ad Uruk, dopo avere inciso la storia della sua epopea su una pietra, il sovrano Gilgames visse il tempo che gli rimase come un uomo e come un uomo morì.
La ricerca dell’immortalità da parte di Gilgames rappresenta nel mito sumerico e assiro-babilonese il tentativo dell’uomo mesopotamico della fine del Neolitico di conquistare la sapienza antica delle generazioni passate, che nel mito biblico sono quelle pre-diluviane rappresentate dall’umanità al tempo di Noè, mentre nella mitologia indù queste passate generazioni rappresentano l’umanità che visse nel sesto Manvantara che ha preceduto il Manvantara successivo, il settimo, che è il nostro, il quale ha una durata di 64.800 anni.
Quindi l’umanità cui tendeva Gilgames era quella vissuta più di 60.000 anni prima della sua epoca.
Un tentativo, questo, che Gilgames fallisce.

 

Autore: Gaetano Dini
Messo on line in data: Marzo 2018