RACCONTO: UN PICCOLO ANGELO di Anthys

Diana O’Connor si stava godendo il suo giorno di riposo. Lavorava da due anni come fisioterapista al Saint John Hospital di Lough Swilly. Guardò fuori dalla finestra: pioveva ininterrottamente da due giorni, cosa insolita per quella parte della Scozia. Pensava a suo marito Robert: le mancava terribilmente, lui era architetto e stava occupandosi del progetto di un grande centro commerciale negli Stati Uniti. Si erano sposati otto anni addietro, in seguito si erano trasferiti in quella cittadina di ventimila abitanti. Dopo due anni era nata Sarah, una bimba particolare, secondo i “canoni” tradizionali persino un po’ strana.
“Mamma, mamma!” la vocina di Sarah vibrò nel soggiorno.
” Eccola lì! Nel suo pigiamino rosa e i capelli arruffati”. Lo sguardo di Diana era colmo di felicità, non avrebbe mai supposto di ricevere un dono così grande dalla vita! Corse verso di lei e l’abbracciò forte.
“Buon risveglio, amore”.
“Mamma, ti voglio bene!”
Quei momenti passati insieme erano gemme dal valore inestimabile che Diana custodiva gelosamente dentro di sé.

La giornata prevedeva nella mattinata una visita alla mostra itinerante del fumetto e durante il pomeriggio una gita allo zoo. L’influenza del tempo purtroppo richiedeva un cambio di programma.
“Poco importa!.Ci penserò dopo”, decise Diana. Sarah consumò avidamente la colazione a base di cereali e yogurt. Tra un boccone e l’altro, con la massima disinvoltura disse:
“Mamma, tra un po’ il papà ti chiamerà!” La madre sapeva che quelle frasi buttate lì quasi per gioco raramente si rivelavano infondate. Aveva imparato ad accettare le doti di Sarah e a tenerle nella dovuta considerazione.
Drinn! Drinn! Lo squillo del telefono la fece sobbalzare.

Sollevò il ricevitore, dall’altro capo della linea l’inconfondibile voce di Robert:
“Ciao Diana! Come stai… tutto bene?”
“Sì, certo! Non preoccuparti”.
“E Sarah?”
“Mai stata così bene!”
“Entro breve terminerò il lavoro, ancora un mese penso”.
“Un altro mese? Non so se resisterò!”
La conversazione si protrasse per qualche minuto. Diana assorbiva avidamente ogni inflessione, qualunque sfumatura del tono di voce del marito, come se in quel modo potesse trasportarlo vicino a sé.
“Fammi parlare con Sarah” chiese emozionato. La bimba nel frattempo si era messa vicino alla mamma attendendo il suo turno.
“Eccola!”
“Ciao papy… io sto bene, mangio e sono contenta… anche se mi manchi un po’”.
“Tra poco ci vedremo e…” s’interruppe commosso “… faremo tanti giochi!” ultimò a fatica la frase.
“Va bene, papà!”
“Passami la mamma, per favore”.

Robert e Diana si ripromisero di recuperare il tempo perduto una volta insieme e si congedarono. Si sentiva sollevata, avrebbe potuto affrontare il resto della giornata con serenità maggiore.
“Forza Sarah! E’ ora di andare a divertirsi!” La bimba non si fece attendere, in men che non si dica era già vestita di tutto punto. Diana andò in garage e salì sulla sua vecchia jeep. Avrebbe potuto prendere la super sincronizzata vettura del marito, ma vi rinunciò;c’erano da fare alcuni chilometri di sterrato prima d’immettersi sulla strada asfaltata. Durante il tragitto cantavano felici! Sarah apprezzò molto la fiera dei fumetti: quei personaggi variopinti l’affascinavano moltissimo. Riuscirono anche a visitare lo Zoo, dato che inaspettatamente il tempo aveva concesso una tregua. Qui successe un fatto singolare.
“Mamma, quella scimmia non sta bene!” la piccola ne indicava una confusa tra le altre. La sua intuizione trovò conferma da lì a poco:la scimmietta si rintanò in un angolino lamentandosi e tenendosi la pancia. Avvisarono il custode, il quale non si preoccupò per nulla.
“Siamo alle solite! Trilly ( questo era il nome dell’animale ) mangia continuamente e spesso finisce per stare male; non è niente di grave tra poco si riprenderà!”
L’annuncio dell’altoparlante avvisava i visitatori che l’orario di chiusura era fissato alle diciotto. Avevano giusto il tempo di raggiungere l’uscita! Guardò la figlia, quella bambina era davvero magica!

Rientrarono a casa alle diciannove, consumarono la cena e guardarono per l’ennesima volta Shrek. Vinta dalla stanchezza la bambina si addormentò prima che la videocassetta terminasse. Diana la sollevò con cautela e la portò nella sua cameretta tutta colorata e tappezzata dai fantasmagorici personaggi dei suoi fumetti preferiti. Le diede un bacio sulla guancia e udì la sua vocina quasi impercettibile:
“Mamma, Adam ha bisogno di te! Dice che dovrai aiutarlo a risolvere una cosa”.
“Chi è questo Adam?” pensò Diana stupita. Scartò subito l’ipotesi che fosse un amico immaginario, le qualità di Sarah non lasciavano spazio ad interpretazioni banali. In cuor suo si preparò ad ogni eventualità … presto l’avrebbe scoperto! Il giorno successivo lasciò la piccola alla vicina di casa, la signora Mac Kanzie, una donna vitale e sempre di buon umore, la piccola Sarah si trovava a suo agio con lei e i suoi due figli: George e Andrew, rispettivamente di cinque e otto anni. Salutò per l’ultima volta la figlia e avviò la jeep… cominciava un nuovo giorno di lavoro. Al lunedì mattina l’ospedale aveva un’aria sonnacchiosa.

“Ciao Diana!” Susan, la sua collega fisioterapista, sembrava attenderla.
“Ciao Susan, tutto bene?”
“C’è dell’altro lavoro per noi…” rispose grattandosi la testa. “Sabato sera hanno trovato un tipo in brutte condizioni all’altezza del Bridge’s Rose, sembra che qualcuno lo abbia picchiato selvaggiamente! Ora è in coma! Il direttore ha disposto che vengano fatti massaggi continui. Questo lavoro è tutto nostro, me ne occuperò fino alle 10.30, poi sarà il tuo turno”.
“Ho capito! Ho giusto il tempo di dare un’occhiata alle cartelle dei miei pazienti, ci vediamo dopo Susan”.
Raggiunse l’ufficio e si mise all’opera, amava il suo lavoro e lo svolgeva con tutta la passione di cui era capace. Aveva sempre desiderato aiutare gli altri e quando ci riusciva la sua gioia era incontenibile. Alzò la testa dalle schede, una rapida occhiata all’orario le confermò che doveva dare il cambio a Susan. A grandi passi raggiunse la stanza ventotto e incrociò la collega mentre ne usciva. “Tocca a te! Buon lavoro!” disse quest’ultima. Nella camera regnava un silenzio innaturale! Guardò quel corpo disteso nel letto, vi si avvicinò e cominciò delicatamente a massaggiarlo. Dopo una ventina di minuti s’impose una pausa, la scheda del giovane era ben visibile sulla spalliera del letto. Lesse i dati: Adam Kocinsky, nato a Varsavia il 21 giugno 1986. S’interruppe folgorata dalla rivelazione:
“Adam! Come aveva detto Sarah! E’ lui che ha bisogno del mio aiuto!”
Dovette sedersi sul bordo del letto,colta da vertigine. Cosa avrebbe dovuto fare? Rivolse un’occhiata supplichevole al giovane cercando d’intuire la risposta.
“Sicuramente sono in corso delle indagini!”
Cercava di pensare con rapidità e la soluzione sorse spontanea: avrebbe chiamato John, un amico detective! Ultimò il suo compito, prese il cellulare e compose automaticamente il numero.
“Pronto, chi parla?”
“Sono Diana, dovrei chiederti alcune cose”.
“Ti ascolto!”

John era un tipo molto asciutto, non amava perdersi in convenevoli. Lo mise al corrente della situazione, omettendo ovviamente l’intervento della piccola Sarah.
“Quindi vuoi sapere qualcosa in più del ragazzo… ti dispiacerebbe dirmi perché ti interessa così tanto?”
“Diciamo che la sua vicenda mi ha colpito molto!”
“Va bene, non voglio sapere altro. Quello che posso dirti è che la polizia brancola nel buio, l’unico indizio che hanno è un vecchio orologio ritrovato vicino alla vittima. Hanno rilevato delle impronte, ma le ricerche per ora sono infruttuose. Questo è tutto quello che so!”
“Ti ringrazio molto, John! Qualche volta passa a trovarci, ci faresti contenti!”
“Ok… Ok”.
La donna chiuse la linea e ripose il cellulare nella borsa. Il ritmo incalzante della suoneria le annunciava una chiamata in arrivo.
“Pronto, chi è?”
“Sono io, mammina”.
“Ciao Amore, è successo qualcosa?”
“Ho visto ancora Adam, mi ha fatto fare un disegno”.
“Davvero? Puoi descriverlo, tesoro?”
“C’è una montagna e sotto c’è una casa con davanti un lago. Adam è molto simpatico, non capisco tutto quello che dice ma mi fa ridere tanto… è buffo!”
“Va bene tesoro, ho capito, adesso non preoccuparti e nel pomeriggio cerca di dormire. Ciao! Ci vediamo dopo”.

Quello che stava accadendo era incredibile a tal punto da indurla a credere che fosse vero. La descrizione del disegno le rammentava un posto conosciuto, ma non riusciva a richiamarlo alla memoria. Se almeno Robert le fosse stato accanto! Il pensiero del marito fece scattare una molla! “Ecco dove l’ho già visto! Ci sono stata con Robert poco prima che nascesse Sarah!”
In quel periodo amavano scorazzare con una vecchia moto alla scoperta di località caratteristiche. Fu durante una di quelle gite che arrivarono in quel luogo! Dopo aver percorso una strada sterrata (poco più di una mulattiera) attraverso un bosco giunsero in una valle semichiusa; nel piccolo laghetto si rifletteva l’immagine della collina che lo sovrastava. La decisione fu istantanea: avrebbe convinto qualche suo collega a sostituirla nel pomeriggio, adducendo la scusa che la figlia non stava bene. Così fece e dopo quindici minuti era a bordo della sua vettura. Non sapeva esattamente cosa avrebbe fatto una volta arrivata a destinazione, ma contava che al momento opportuno il suo spirito d’iniziativa l’avrebbe soccorsa. Si concentrò sulla guida, doveva fare un notevole sforzo per ricordare l’esatto percorso. Diverse volte sospettò di aver smarrito la strada, ma la vista di un vecchio trattore arrugginito allontanò ogni dubbio. Rammentava di averlo notato anche durante l’escursione precedente.

“Poco più avanti ci dovrebbe essere la strada che attraversa il bosco”. Notò una rientranza poco distante;si fermò e scese a perlustrare la zona. “La strada era qui sono sicura…” Fece alcuni passi nel fitto intreccio di rami, “…. eccola!” La vegetazione era cresciuta nascondendola alla vista. Tornò alla vettura e penetrò in quel groviglio verde che sembrava proteggere l’inviolabilità del bosco. Il sentiero era peggiore di quanto s’aspettasse, disseminato di buche e attraversato da profondi solchi. Cominciò a ricordare fatti dimenticati, si vide bambina intenta a parlare con alcune persone. Tutto affiorò alla memoria: all’età di Sarah lei aveva le stesse capacità! Scorgeva cose che altri non vedevano e spesso prevedeva il futuro! Un giorno suo padre, spaventato da queste manifestazioni, la portò da un dottore che la intimorì moltissimo. Da allora in poi lei represse ogni sua capacità. Questa realizzazione la riempì di felicità e vigore. Guardandosi attorno ebbe una sensazione di libertà e leggerezza; forse per la prima volta in vita sua si sentiva e fiduciosa nel futuro!

“Ecco la vallata!” esclamò. A parte qualche abitazione sorta nel frattempo, era esattamente come la ricordava. Fiancheggiò il laghetto, un pescatore le lanciò un’occhiata furtiva. Il disegno di Sarah raffigurava una casa isolata. Diana guardò attentamente le umili dimore; soltanto una si trovava a ridosso del colle.
“E’ sicuramente quella!” pensò esultante. Nel contempo un piano d’azione prese forma nella sua mente: avrebbe finto un guasto e chiesto aiuto agli occupanti. Scese dalla jeep aprì il cofano, simulando un’avaria meccanica e badando a staccare un cavetto dalla batteria; armeggiò per qualche minuto con il motore, infine si diresse verso la casa. Bussò alla porta d’ingresso e attese risposta aguzzando i sensi; rumore di passi! Qualcuno stava venendo ad aprire. L’uscio si spalancò di colpo, si trovò a faccia a faccia con un energumeno dalla barba incolta e dalle rudi maniere.
“Cosa vuole?” chiese il bruto in tono seccato. “Ho avuto un guasto alla mia auto… si è fermata proprio là”.
“C’è il vecchio Mac Grady, forse lui può darle una mano”, il tono dell’uomo si era leggermente addolcito.
“Magari è una cosa da nulla, lei non se ne intende di motori?” insistette Diana.
“Beh… un poco”.
“Potrebbe controllare?”
“Ci potrei provare”.
“La ringrazio davvero! Ci fossero più persone come lei il mondo sarebbe diverso. Mi scusi, avrei necessità di rinfrescarmi, sarebbe così gentile da…”
“Ok! Ho capito! Dorothy, accompagna la signora in bagno!” urlò lui all’indirizzo di qualcuno all’interno. “Intanto vedo cosa posso fare con la jeep”.

La ragazza che accorse al richiamo era magra e pallida, aveva dei bei lineamenti e grandi occhi verdi da cui traspariva un certo timore.
“Venga signora, l’accompagno al bagno” disse timidamente. Varcato l’uscio, l’odore di rancido che impregnava i locali le tolse quasi il fiato. Non poteva perdere tempo e voleva sfruttare ogni momento:
“Dorothy, conosci un certo Adam?” domandò con nonchalance.
“Adam ? Cosa gli è successo?” La sua voce era poco più di un sussurro. Diana la mise al corrente dell’accaduto.
“Lo sapevo che papà gli aveva fatto qualcosa… non pensavo che sarebbe arrivato a questo”.
Le raccontò che il genitore aveva sempre osteggiato il loro amore e negli ultimi tempi era arrivato perfino a segregarla nella sua stanza. Dorothy non riusciva a trattenere il pianto, Diana provò una gran pena per la giovane e si sentiva avvampare di rabbia.
“Tuo padre merita di essere punito, ma ho bisogno del tuo aiuto”.
“L’aiuterò… questa volta ha superato il limite!”
“La tua testimonianza potrebbe non bastare, perciò ci serve qualcosa di concreto e inconfutabile… ci sono! C’è un oggetto che utilizza esclusivamente lui?”
“Il suo pettine” rispose Dorothy senza esitazione .
“Bene! Potresti prenderlo senza che se ne accorga?”
“Sì, io ne ho un altro identico e lo potrei sostituire”.
“Perfetto! Così potremo confrontare le sue impronte con quelle rinvenute sull’orologio”.

Diana frugò nella borsetta, teneva sempre un paio di guanti in lattice, li prese e li diede alla ragazza.
“Mettiti questi, prendi il pettine e riponilo in un sacchetto, uno per alimenti andrà benissimo”.
Dorothy eseguì scrupolosamente le indicazioni ricevute. Nel giro di due minuti il prezioso oggetto era nella sua borsa.
“Signora, ho trovato il problema!” la voce proveniente dall’esterno la fece trasalire.
“Dorothy, adesso devo andare, grazie di tutto… presto rivedrai il tuo Adam”.
Uscì cercando di mascherare il tremore che le scuoteva le mani e raggiunse l’uomo che la stava osservando con aria compiaciuta.
“Era una cosa da nulla, un morsetto della batteria staccato!”
“E’ probabile che si sia staccato a causa delle buche… non so come ringraziarla”.
“Non importa, la prossima volta però non percorra la strada del bosco, ce n’è una migliore ora, l’hanno costruita due anni fa. Sbuca proprio lì dietro all’emporio”.
“Ho capito, adesso è meglio che vada!” Girò la chiave avviando il motore. “Arrivederci!” disse ingranando la marcia.

Il viaggio di ritorno le sembrò brevissimo, era orgogliosa di se stessa, la parte più difficile era fatta! Giunta in città andò da John spiegandogli sommariamente la situazione.
“Quindi tu vuoi che vada alla polizia e consegni questo pettine senza dare nessuna spiegazione e poi me ne vada!”
“Inventati qualcosa! Sei tu l’esperto in queste cose”.
Alla fine l’investigatore si convinse.

“Lo faccio solo perché sei tu e so che sei una persona affidabile”. I giorni seguenti furono angosciosi, Diana si sentiva invadere dai dubbi. Finalmente l’attesa telefonata arrivò!
“Ciao Diana, sono io…”
“John, finalmente… raccontami tutto”.
“Le impronte coincidevano! L’uomo è stato arrestato alle dieci di questa mattina ora è in attesa di giudizio”.
“E’ fantastico! Senti John, non ti ringrazierò mai abbastanza, se posso fare qualcosa per te dimmelo”.
“Penso che una di queste sere verrò a mangiare a scrocco da voi… mi raccomando, solo vino italiano! Ciao! Ci vediamo”.
“Certo!”
“Mamma, era papà?” la vocina di Sarah si materializzò improvvisa.
“No, un amico”.
“E’ per Adam, vero?”
“Sì”. La sensibilità della piccola aveva colto nel segno ancora una volta.
“Questa mattina l’ho visto!”
“Davvero, amore?”
“Sì, mi ha sorriso e mi ha fatto scrivere un numero sul foglio… questo!”
Diana lo prese e fu sbalordita nel constatare di quale numero si trattasse: il ventotto! La stanza in cui Adam si trovava! Dentro di lei s’insinuò un’ipotesi pazzesca. Doveva correre all’ospedale”
“Sarah, devo andare al St. John, vuoi venire con me?”

La figlia ne fu entusiasta e dopo quindici minuti percorrevano i corridoi del reparto Cure Intensive. Un capannello di persone sostava davanti all’entrata della stanza. Il Dottor Talbot giocherellava pensieroso con il suo stetoscopio.
“Dottore, che è successo?”
“Ah, ciao Diana! Questa è la tua piccolina… è proprio graziosa” disse dandole un buffetto sulla guancia. Notando l’impazienza della donna si affrettò ad aggiungere: “Alcune volte i miracoli accadono: questa mattina alle dieci il ragazzo è uscito dal coma. L’ho già visitato due volte e considerando tutto è in ottima forma… incredibile!”
“Posso vederlo?”
” Sicuro! Con lui c’è una giovane ragazza, probabilmente la fidanzata!”
All’interno percepì con chiarezza un delicato aroma floreale, un mazzo di rose rosse era posato sul comodino accanto al letto. Dorothy non si accorse subito della loro presenza, la sua attenzione era completamente rivolta all’amato. Solo quando la porta fu richiusa con un certo impeto i due innamorati si accorsero di non essere soli. La ragazza le corse incontro e l’abbracciò.
“Se non fosse stato per lei vivrei ancora in un incubo!” disse con trasporto.
“Ti ringrazio Dorothy, ma il merito non è solo mio”.
“Adam, questa è la signora di cui ti ho parlato”.
Il ragazzo osservava la scena dal suo giaciglio, con aria perplessa fissava qualcuno alle loro spalle. Sarah sbucò fuori all’improvviso e camminò tranquilla fino a lui che non aveva smesso un solo istante di osservarla.

“Ciao, Adam, sono contenta di vederti!” esclamò la bimba.
“Ciao! Mi sembra di conoscerti… non riesco a ricordare dove ti ho vista”.
“Davvero non ricordi?” la bimba sembrava stupita, frugò nelle tasche del suo giubbino di jeans estraendone un foglietto.
“Cos’è quello?” il giovane si ravvivò all’istante.
“E’ il disegno che mi hai fatto fare l’ultima volta che sei venuto a giocare con me, hai detto che dovevo dartelo quando ti vedevo”, la piccola lo pose nelle sue mani. Il giovane lo esaminò per un lungo istante, poi distolse lo sguardo. D’un tratto scoppiò a piangere, attrasse Sarah a sé abbracciandola forte. Le due donne non si capacitavano dell’accaduto e fu Dorothy a prendere l’iniziativa raccogliendo il pezzo di carta scivolato a terra. Su di esso c’erano due figure umane stilizzate: una grande con scritto vicino il nome Adam ed una piccola con il nome Olga. Dorothy non sapeva chi fosse, ma intuì che doveva trattarsi di qualcuno molto legato al suo ragazzo. Appena lui si riebbe dalla commozione gli domandò che cosa significasse quel disegno.
“E’ incredibile! Non so come questa bimba possa sapere della mia sorellina. Quando vivevo ancora a Varsavia il palazzo dove abitavamo prese fuoco e purtroppo Olga morì nell’incendio… aveva sei anni. Era una bimba molto intelligente e sensibile, ci volevamo molto bene!”

Nella stanza calò il silenzio, tre paia di occhi attoniti fissavano Sarah. Lei era alla finestra e seguiva con lo sguardo le evoluzioni di alcuni passeri che volteggiavano nel cielo.
“Guarda mamma, quegli uccellini giocano a rincorrersi!”
Diana la cinse con le sue braccia e rimase a contemplare l’avvenimento. Le pareva che quella non fosse una finestra, ma una linea di confine oltrepassando la quale si accedeva ad una realtà incantata. Il cuore puro dei fanciulli spesso è la chiave che apre stanze dimenticate, riempiendole di luce e gioia. Così, grazie a misteriose connessioni e ad un piccolo angelo, la vita di tre persone aveva ripreso a pulsare ad un ritmo armonioso. La stanza in quel momento era un piccolo mondo perfetto! Un microcosmo inalterabile, eco di ciò che la terra potrebbe essere se sapessimo riconoscere gli angeli tra noi!

 

Autore: Anthys
Messo on line in data: Agosto 2007