RACCONTO: UNO SGUARDO DAL CIELO di Anthys

Una serata davvero dura per Emma, la pizzeria era stata letteralmente presa d’assalto. Al sabato era sempre così! Dalle 19 alle 22 il flusso dei clienti andava via via aumentando e si esauriva solo intorno alle 23. Di norma il locale si svuotava completamente all’una e anche quella sera non faceva eccezione. La ragazza aveva i piedi doloranti e un principio di mal di testa.
“Ancora un piccolo sforzo e ho finito!” pensò mentre sparecchiava gli ultimi tavoli. L’indomani si sarebbe goduta il meritato riposo. Da diverso tempo non si concedeva un giorno da dedicare soltanto a se stessa. L’ultimo periodo era stato un incalzante susseguirsi d’eventi dolorosi e sopraffacenti. La morte del babbo, cui fece seguito il crollo emotivo della mamma, l’aveva disorientata. Tutte le certezze su cui aveva basato la sua esistenza erano state spazzate via con la stessa noncuranza di un uragano che semina distruzione al suo passaggio.
“Emma… Emma…” qualcuno la chiamava. Si voltò sorpresa, era Monica la sua collega.
“Cosa c’è?” chiese con meraviglia.
“C’è un uomo al tavolo 33 che vuole parlarti”.
“Vuole parlare con me?”
“Sì, te l’ho già detto” rispose con fare sbrigativo.
“Strano! Mi sembrava che quei posti non fossero più occupati”, rifletteva Emma incuriosita.

Giunta a pochi passi vide il tavolo avvolto dalla penombra e un individuo seduto immobile. Il lungo soprabito sgualcito e un cappello dalla tesa larga gli conferivano un aspetto singolare. Neppure da così breve distanza riusciva a scorgerne i lineamenti; teneva il capo reclinato e non si mosse nemmeno quando lei gli rivolse la parola.
“Scusi, ha chiesto di me?”
“Sì! Siediti pure…”
“Non so se posso, il proprietario non vede di buon occhio che le ragazze si siedano al tavolo con i clienti”.
“Non preoccuparti di questo, se non sbaglio hai finito il tuo turno di lavoro”. Emma si guardò attorno ma non vide nessuno. Dov’erano finiti tutti?
“Siediti, siediti”, la incalzò il misterioso cliente. Alla fine lei cedette all’insistenza.
“Ah, brava!”
La sua voce calda e avvolgente le trasmise un fremito d’inspiegabile benessere.
“Ti ho guardata mentre lavoravi e ho capito che qualcosa ti turba… se vuoi puoi parlarmene”.
Era imbarazzata, l’idea che qualcuno l’avesse osservata a sua insaputa la metteva a disagio.
“Puoi dirmi tutto quello che vuoi, con me ogni tuo segreto è al sicuro!”
Emma scoppiò a ridere nervosamente. “Non so nemmeno chi è lei e pretende che racconti fatti che mi riguardano?” Si rizzò in piedi pronta ad andarsene.
“No, resta!” intimò l’uomo. Il suo tono la convinse; si accomodò, sorprendendo se stessa.

“Volevo solo che parlassi un po’ con me, pensavo ti avrebbe fatto bene… se non te la senti non importa, perché so già cosa ti tormenta”.
“Ah, sì?” chiese Emma provocatoriamente. L’assurdità della situazione più che spaventarla la incuriosiva. Quel tipo poteva essere un pazzo, ma decise di dargli una possibilità.
“Ascolta Emma! C’è un preciso motivo per cui sono qui; molto tempo fa qualcuno mi fece un grosso favore ed è arrivato il momento di sdebitarmi”.
“Io cosa c’entro?”
“Non posso rivelarti tutto, ma devi sapere che presto la tua vita sarà in pericolo!”
“In pericolo? Non le sembra di esagerare? >Ora chiamo il titolare e la faccio sbattere fuori!” disse perentoria.
“Non avere paura, sono qui per aiutarti”. La testa aveva cominciato a pulsarle, decise di tagliare corto: “Se non le dispiace, dovrei tornare a casa, sono stanca e ho una forte emicrania”. Fece per alzarsi e lui aggiunse: “Un’ultima cosa!”
Lo sconosciuto con gesto rapido levò il cappello e alzò il capo guardandola dritta negli occhi! Quel gesto inaspettato ebbe l’effetto d’immobilizzarla. Per la prima volta riusciva ad osservare il suo interlocutore. I capelli argentei e due occhi arguti di un verde scintillante, facevano da contrappunto ad un volto dai lineamenti marcati. Un lieve sorriso gli increspava la bocca; questa fu l’ultima cosa che lei notò, poi tutto divenne evanescente… qualcosa scuoteva il suo corpo! Un flebile richiamo, dapprima indecifrabile poi più nitido giunse ai suoi sensi.

“Emma, non stai bene?” Monica aveva un’aria preoccupata: “Ti stavamo cercando dappertutto, cosa fai qui?”
“Non so… probabilmente mi sono addormentata” rispose impacciata. I ricordi dell’esperienza appena vissuta diventavano inafferrabili, mentre cercava di riconnettersi con la realtà abituale.
“Che ore sono?” chiese in preda al turbamento.
“Sono le due. E’ ora di andare a casa! Ti accompagno, non penso che tu sia nelle condizioni di percorrere tre chilometri a piedi”.
“Grazie, non credevo di essere così stremata”.
Si avviarono all’uscita passando davanti a Marco, il titolare della pizzeria.
“Eccola qui la Bella Addormentata” disse lui sarcastico. Non era dell’umore giusto per scherzare, si limitò a fare spallucce salutandolo senza alcuna passione. Erano fuori! L’aria frizzante di quella notte primaverile la fece subito sentire meglio. Le due ragazze affrettarono il passo e salirono in auto. Quello non era un quartiere chic, dopo una certa ora si potevano fare spiacevoli incontri. Nel frattempo Monica dava libero sfogo a tutta la sua vena comunicativa, creando un sottofondo quasi musicale ai pensieri in cui Emma era immersa. Poco dopo il vecchio e malridotto condominio si profilò davanti a loro. Si salutarono e lei entrò, accolta come sempre da una fastidiosa zaffata proveniente dall’atrio. Pensò a sua madre; quando ciò avveniva, una morsa nel petto e una profonda tristezza s’impadronivano di tutto il suo essere.
“Non avrei dovuto lasciarla sola, se avessi insistito forse sarei riuscita ad aiutarla”.

Prima della morte del marito era una donna sorretta da un insolito slancio vitale. I rovesci della sorte non la intaccavano minimamente come se fosse dotata di una sorta d’invulnerabilità! Dopo ci fu il tragico incidente. Il destino volle che la macchina, dopo aver sbandato, finisse nel fosso parallelo alla strada. Lo trovarono nell’automobile sommersa dall’acqua! Per la madre il contraccolpo fu terribile! L’invulnerabilità si dissolse e fu rimpiazzata da alcool e tranquillanti. Emma non poteva sopportare di vederla in quello stato e si adoperò con tutte le forze per scuoterla dalla sua prostrazione, ma invano! Quindi prese la decisione di andarsene. Riuscì a trovare alloggio in un appartamento di una sua vecchia compagna di scuola. Quest’ultima lo doveva lasciare per seguire il suo ragazzo in un’altra città. La prima volta che lo vide rimase piuttosto delusa; si rincuorò all’idea che le sarebbe costato solo trecentocinquanta euro al mese. Appesantita dal sonno e dalla fatica fece i due piani di scale che la separavano da esso; a malapena riuscì a spogliarsi e a buttarsi sul letto. L’ultima cosa che percepì fu l’abbaiare di un cane solitario.

L’indomani si svegliò alle 9.30. Il sonno le aveva giovato, si sentiva rinfrancata e affamata. Fece una lunga doccia e consumò un’abbondante colazione a base di fette biscottate con marmellata di ciliegie, uova e pancetta affumicata. Si vestì e uscì da casa alle dieci e trenta. Sarebbe passata a trovare la madre e poi avrebbe visto Alfredo, un ragazzo che frequentava da poco. Era alla fermata, il trentuno sarebbe arrivato a momenti. Si accese una sigaretta guardandosi attorno, le parve di scorgere un uomo con uno strano cappello a tesa larga girare l’angolo. Alcuni frammenti del “sogno” tornarono alla memoria. Più pensava all’accaduto e più si convinceva che non poteva essere solo frutto di fantasia! Il trentuno era arrivato e ciò la distolse da altre riflessioni. La madre fu contenta di vederla, appariva addirittura euforica. Emma sospettava che questo suo stato d’animo non fosse del tutto naturale. I sospetti si rivelarono fondati: sul tavolo era visibile una ben nota marca di antidepressivi. I loro incontri seguivano uno schema ormai consolidato: l’iniziale picco d’entusiasmo lasciava gradualmente posto a lunghi e imbarazzanti silenzi. Poi Giulia, questo era il nome della mamma, si accasciava sulla poltrona lamentandosi di quanto il destino fosse crudele e la sua vita inutile e vuota. Come sempre la figlia si adoperava per rincuorarla, senza però ottenere alcun effetto. Provvidenzialmente il suono prolungato di un clacson alleggerì la pesante atmosfera.

“E’ Alfredo! Devo andare!” disse Emma sollevata. Le diede due baci promettendole che sarebbe tornata presto a trovarla. Lo raggiunse in auto sforzandosi di apparire felice.
“C’è un cambio di programma!” esordì lui senza neppure salutarla. Sarebbero dovuti andare in un grazioso ristorantino in collina e in seguito a casa di un amico di Alfredo. Guardandolo notò che era piuttosto nervoso e si ritrovò a pensare che in fondo non sapeva nulla di lui.
“Cos’è successo?” chiese inquieta.
“Niente, c’è stato un problema, non preoccuparti sarà comunque una bella giornata”.
“Presto sarai in pericolo!” chissà perché le parole dello sconosciuto affioravano alla sua coscienza. Il ragazzo mise in moto e partì facendo stridere le gomme. Anche il tempo pareva scandire l’avvicendarsi degli eventi: seguendo un invisibile richiamo nuvoloni grevi di pioggia si addensavano veloci, ghermendo con avidità anche l’ultimo raggio di sole. L’acquazzone scoppiò all’improvviso con violenza.
“Questa non ci voleva!” borbottò Alfredo. La visibilità era pessima.
“Forse dovremmo fermarci!” Lui fece finta di non sentirla e proseguì con caparbietà.

La paura che Emma aveva volutamente ignorato >chiedeva prepotentemente udienza. Avrebbe dovuto dar retta al proprio istinto, quel ragazzo in fondo non l’aveva mai convinta! Chissà perché nei momenti di pericolo le cose diventano evidenti come non mai! Alfredo, con una brusca manovra, imboccò una stradina laterale rischiando di finire nel campo. Lei conosceva quei luoghi, più avanti dopo una curva a gomito avrebbero attraversato un grande ponte. Le parve di scorgere una sagoma proprio sulla loro traiettoria. Ma chi poteva essere così pazzo da starsene sotto a un diluvio del genere? Erano ormai a cinquanta metri; Emma poteva vedere più nitidamente. Non c’erano dubbi, era l’uomo della pizzeria! Lo stesso soprabito e lo stesso cappello!
“Frena Alfredo!” urlò all’indirizzo del compagno che sembrava non essersi accorto di nulla.
“Che hai… sei pazza?”
“Non lo vedi? C’è un uomo sulla strada!”
“Guarda che non c’è nessuno. Ti ha dato di volta il cervello?”
Capendo l’inutilità dei suoi tentativi fece un gesto disperato; agguantò il volante tirandolo con forza verso destra. A quella sollecitazione la vettura carambolò su se stessa, ultimando la sua corsa nel campo adiacente la carreggiata. Guardò Alfredo: aveva la testa poggiata sul volante e si lamentava un poco. Con fatica uscì dall’abitacolo; sapeva di doversi allontanare in fretta da quel posto. Cadde diverse volte nel terreno fangoso, alla fine giunse sulla strada… dell’uomo nessuna traccia! S’incamminò verso il ponte per cercare aiuto, percorrendo un breve tratto.

La sirena squarciò l’aria: un’auto della polizia si avvicinava rapida dalla parte opposta e si fermò alla sua altezza.
“Signorina, cos’è successo?” chiese uno dei due poliziotti.
“Abbiamo avuto un incidente, la macchina è nel terreno”, disse ansimante indicando il luogo.
“C’era qualcun altro con lei?”
“Sì, un amico… dev’essere ferito, ma non gravemente”.
“Salga in auto, andiamo a controllare!”
Le diedero una coperta e la fecero accomodare sui sedili posteriori. Una volta sul posto constatarono che il ragazzo era scomparso! Scoprirono che la vettura risultava rubata la mattina stessa e utilizzata per una rapina. Emma era sbalordita, ma le sorprese non erano finite.
“Sa che lei ha avuto una bella fortuna?” il poliziotto le si rivolse divenendo improvvisamente serio.
“In che senso?”
“Se non foste usciti di strada sareste precipitati nel fiume; il ponte è crollato mezz’ora fa!”
Per tutto il tragitto verso l’ospedale, la ragazza non aprì bocca. La trattennero per accertamenti, convincendola a rimanere almeno per un giorno. Le diedero una stanza e un pigiama di fortuna. Trascorse il resto della giornata nella convinzione di aver ricevuto un dono dal cielo! Verso sera intraprese la lettura di un libro trovato in un comodino; non riusciva proprio a concentrarsi quindi vi rinunciò. Che significato attribuire agli eventi trascorsi? Sperava che segnassero l’inizio di una nuova e più soddisfacente vita!

L’indomani un altro fatto la prese alla sprovvista: quando aprì gli occhi sua madre vegliava su di lei!
“Ciao mamma, ti hanno avvisato?”
“Veramente ho saputo del crollo del ponte e del vostro incidente dal notiziario locale e sono corsa subito. Mi hanno già detto che sei in ottima salute, perciò non sono preoccupata. Ti ho portato dei vestiti”.
Emma notò che lei appariva diversa: era addirittura truccata e indossava un completo azzurro che le donava molto.
“Mamma, cos’è successo?” fu spontaneo chiederle.
Giulia era titubante, ma alla fine decise di parlare: “Una cosa piuttosto strana!” aggiunse dopo una breve pausa.
“Vai avanti!” la esortò la figlia.
“Non so se dormivo o se ero sveglia, ad un certo punto mi è apparso il papà… era così reale! Mi guardava sorridendo, poi ha detto: ‘Amore, so che stai passando dei momenti difficili ma vedrai che tutto si sistemerà. Sono venuto per avvisarti che presto la nostra cara Emma avrà bisogno di te’. Mi ha sorriso ed è scomparso! Stamattina ho visto il notiziario e puoi immaginare cos’ho provato”.
Le due donne si guardarono con intensità e si abbracciarono scoppiando in un pianto liberatorio.
“Emma, voglio che tu venga a stare per un po’ da me; abbiamo tante cose da dirci”, le sussurrò con dolcezza.
“Va bene!” si limitò a risponderle tra le lacrime.

Nel periodo successivo il loro rapporto si consolidò. La figlia fu piacevolmente colpita di quanto la madre apparisse vitale e di buon umore. Una sera Emma era intenta a fare zapping mentre Giulia canticchiando sistemava la libreria.
“Ma guarda qui!” la sentì esclamare. La ragazza si alzò pigramente dal divano e la raggiunse: “Che cosa hai trovato?”
“Questa foto” rispose porgendogliela.
La prese e la osservò. In un primo tempo notò solo suo padre, ritratto molti anni addietro insieme ad altre persone; poi scorse qualcos’altro e dallo stupore il telecomando le scivolò dalle mani.
“Mamma, chi è quest’uomo vicino al papà?”
“Ah… è Giacomo, suo grande amico, hanno lavorato insieme per un lungo periodo alla centrale elettrica. Si occupavano della manutenzione, se non sbaglio. Che c’è Emma, non stai bene?” Giulia aveva notato l’improvviso pallore della figlia.
“No, no” si affrettò a risponderle per non turbarla. Il racconto riprese: “Una notte ci fu un’esplosione e Giacomo perse i sensi mentre intorno divampava un incendio; il papà era da tutt’altra parte e sentendo il boato, corse a più non posso temendo il peggio. Giunto sul posto trovò il suo amico esanime, circondato dalle fiamme. Riuscì a trascinarlo fuori! Se fosse arrivato con un solo minuto di ritardo per Giacomo sarebbe stata la fine. Lui gli fu eternamente grato e promise che prima o poi avrebbe ricambiato il favore. In seguito si trasferì all’estero; nonostante ciò continuarono ad avere contatti scrivendosi e telefonandosi. Un giorno ci avvisarono che era morto in circostanze misteriose”.

“Morto?” Emma si sentiva catapultata in una dimensione parallela dove le più ardite possibilità trovavano realizzazione. Fino ad allora si era guardata bene dall’informare chiunque del suo strano incontro, cercando di relegarlo in un recesso della mente. Era arrivato il momento di abbandonare ogni riserva! Al racconto della figlia Giulia dapprima si mostrò scettica, poi stupita ed infine meravigliata e felice. Aveva capito!
Anche per lei quegli arcani avvenimenti erano spunto di ritrovata felicità e speranza nel futuro. Si osservarono a lungo, consapevoli di custodire un prezioso segreto. Le leggi naturali, per una volta, si erano arrese a qualcosa di più grande ed equo! Mano nella mano uscirono in giardino.
Lo splendore della primavera aveva un sapore quasi mistico. Scrutarono oltre l’orizzonte, un grosso camion ostacolava la visuale. A lato vi era rappresentato un angelo che dalla sommità di un palazzo osservava le luci multicolori della città sottostante. Fu la scritta sovra-impressa a lasciarle senza fiato:
“Uno sguardo dal cielo? A volte capita!”
l trillo di un passero ruppe l’innaturale silenzio. Un canto ricco di gioia, la stessa che ora palpitava nei loro cuori!

 

Autore: Anthys
Messo on line in data: Agosto 2007