ARMI MAGICHE: UN CAVALLO, UN ARCO E LA STEPPA INFINITA di Slowrider

I cavalieri nomadi

Per un cittadino dell’antica Roma i confini del mondo si identificavano con quelli dell’Impero. Del resto, al di là dei confini imperiali sembrava esserci ben poco: l’oceano a Occidente, gelide foreste a Nord, roventi deserti a Sud.
E ad Oriente? Anche in quella direzione sembrava regnare il Nulla, sotto forma di una sconfinata prateria che sembrava non avere fine.
In realtà, dopo distanze inimmaginabili, quel mare d’erba conduceva al limitare di un altro Colosso della Storia: il Celeste Impero Cinese.
In quell’immenso territorio molti regni sorsero e scomparvero, ma il suo vero signore rimase il cavaliere nomade.

 

 


In molti percorsero quelle steppe e molti nomi vennero dati alle loro comunità: Unni, Alani, Avari, Hsiung-Nu, Kipchak e altri ancora.
Alcuni, col tempo, divennero stanziali, ma finché mantennero lo stile di vita del nomade la loro esistenza rimase estremamente frugale. I loro averi si riducevano a poche essenziali cose che si potessero portare facilmente con sé.
Il loro aspetto esteriore era minuto e gracile, come lo era quello dei loro cavalli, ma in entrambi i casi ciò nascondeva una natura forte e adattabile ad un ambiente assai avaro di doni.

Un oggetto faceva eccezione in tutta questa sobrietà: il loro arco.
Si trattava di uno strumento sofisticato, realizzato non in un solo pezzo, bensì “composito”, vale a dire costituito da una parte centrale in legno, alla quale venivano aggiunte lamine di corno da un lato e strisce di tendine dall’altro. Durante la tensione questi materiali accumulavano energia in modi diversi, ma complementari: il risultato era una gittata eccezionale (in certi esemplari fino a ottocento metri!) con uno sforzo relativamente modesto.
Per un uomo nato e vissuto in un simile oceano d’erba, perennemente spazzato dal vento, l’aria era l’elemento dominante e la sua spiritualità ne era permeata.

Le tribù che credevano in un unico Dio lo identificava con il cielo e lo chiamavano “Tengri del Cielo Azzurro“.
Anche coloro che praticavano l’animismo e lo sciamanismo tribale sentivano gli spiriti dell’aria sempre presenti. Per scoccare nel modo migliore le loro frecce utilizzavano una manica a vento, che aveva la forma di un drago.
Serpeggiando e frusciando nel vento, quel drago di seta cessava di essere solo un ausilio per scegliere l’angolazione del tiro e assumeva un significato totemico: una benevola e magica presenza, che consigliava l’uomo su come agire. Analogamente le loro selle e i foderi delle loro spade erano spesso decorati con un motivo simile a scaglie o piume: era un omaggio a un favoloso uccello, chiamato Simurgh o anche Varanga, adottato dalla tradizione persiana. Ancora una volta questi figli del vento affidavano la loro protezione a una creatura dell’Aria.

 

Autore: Slowrider
Messo on line in data: Ottobre 2000