LA NASCITA DI DIO NEI CULTI ANTICHI di Rossana Tinelli

Quando nacque l’idea di Dio?

Il tema della discesa della divinità sulla terra per unirsi a una donna mortale, generando un figlio divino, affonda la sua origine nei culti arcaici della fertilità delle culture “agricolo-pastorali”.
Questo modello fu poi ripreso dalla cultura mediorientale, greca, romana, egizia e giudaica fino ad abbracciare tutta l’area mediterranea. Sin dagli albori delle religioni gli dei vengono sulla terra per unirsi con donne mortali ed avere da loro straordinari figli divini. Già nell’antica Grecia molti eroi si attribuiscono poteri sovrumani, poteri che derivano da una nascita fuori dall’ordinario. Si diceva che fossero di origine divina Platone, Pitagora, Aristotele e altri perché la loro vita aveva un carattere eccezionale. Secondo Plutarco anche i gemelli Castore e Polluce, la coppia dei Dioscuri greci, nascono dalle vergine Leda per intervento di Zeus, che sotto le sembianze di un cigno la feconda. Inoltre la vergine Semele, figlia di Cadmo, fondatore di Tebe, rimane incinta dalla folgore di Zeus e partorisce verginalmente Dioniso, uomo e figlio di dio.

Alessandro Magno (n. 356 a.C.) era considerato figlio di Giove Ammone, dio venerato in Egitto. La tradizione ci narra che Alessandro era dotato di un carisma e di un prestigio straordinari ed aveva osato attraversare confini fino ad allora inesplorati. La madre di lui, Olimpiade, una notte era stata visitata da Giove Ammone nelle sembianze di un serpente ed era rimasta incinta. Lo stesso Alessandro era convinto di essere il figlio di una straordinaria donna terrena e di Giove Ammone e durante la conquista dell’Egitto attraversò il deserto della Cirenaica e si recò al tempio del dio creduto suo padre.

Il modello della fecondazione divina è presente nella cultura egiziana. A partire dalla V dinastia, l’essenza della regalità dei faraoni è invocata da motivazioni teologiche. La regalità appartiene al dio Horus che trasmette la sua divinità al faraone bambino attraverso l’utero della madre. La madre diventa perciò “sposa di dio” e allo stesso tempo “madre di dio” . La sposa era quindi una donna vera e terrena, non dotata di ascendenze celesti. Il Faraone era figlio carnale di dio e per questo era destinato a regnare poiché nelle sue vene scorreva il sangue divino del dio Horus.
Anche nella cultura ebraica, David e Salomone sono chiamati dalla Bibbia con l’appellativo di figli di dio, ma qui era escluso l’intervento divino sulle loro madri, le figliolanze divine hanno significato metaforico.

 

Nell’immagine sopra,
“Storie della Genesi. La creazione” di Michelangelo Buonarroti (1475-1564). Cappella Sistina, Palazzi Vaticani, Roma

 

Nel Libro di Enoch e nella Genesi (VI:1-4) si legge che gli angeli del cielo scesero sulla terra per amare le figlie degli uomini e generare con loro figli mitici: “i giganti della terra”. Lo stesso Adamo è considerato figlio della divinità, di Yahweh che emise il suo soffio vitale penetrando nelle profondità della terra dando corpo al primo uomo.
Nell’antica Roma, Romolo e Remo erano figli di una vestale Rea Silvia dedita al tempio che fu amata dal dio Marte. Romolo quindi fu considerato un figlio di dio ed ascese anche al cielo e con il nome di Quirino fu venerato come nume tutelare. Dopo le conquiste militari in Egitto anche i romani avevano appreso le teologia dinastica egiziana, infatti Ottaviano Augusto si proclamò (8 agosto 14 d.C) generato dal dio greco Apollo. L’imperatore Augusto come il suo illustre predecessore Romolo ebbe un tempio sul Palatino ed onori divini.

All’epoca di Maria, la madre di Gesù, questo modello culturale mediorientale, greco, ebraico, romano, egiziano era serenamente accettato in tutta l’area mediterranea. Augusto, figlio di Dio, era imperatore quando Gesù nacque in uno degli stati di Roma. Questo tema potè entrare senza difficoltà, anzi si rese necessario nella nascente religione cristiana. Quindi il tema della “Madre Vergine” non è presente solo in ambito cristiano: ha echeggiato in tutto il Mediterraneo.
La venerazione di Maria, Madre e Vergine ha assorbito il culto di dee pagane madri e vergini. Si pensi ad Astarte, dea assiro-babilonese venerata a Canaan, dea dell’amore e della fecondità, quella Regina del cielo che conobbe l’ostilità dei profeti biblici; ad Artemide, la dea eternamente vergine che a Efeso aveva il suo grande santuario, stigmatizzato da Paolo secondo il racconto degli Atti degli apostoli; a Cibele-Rea, Magna Mater, venerata in Frigia e in Grecia; ancora alla fine del IV secolo. Agostino di Ippona testimonia di un culto in onore della Vergine celeste e Madre degli dèi lasciato dai Fenici a Cartagine.
Tutti culti che prendono in conto la maternità e verginità quali attributi di una divinità, che diviene nel cristianesimo la Vergine santa e Madre di Dio. Si tratta quindi di un modello molto antico.

Per millenni le popolazioni rurali, sempre in drammatica dipendenza dalle divinità, attendevano da loro un intervento straordinario, che il principio sovrannaturale della creatività scendesse dai cieli e si unisse in basso, alla fertilità naturale delle donne, degli animali, della terra per risolvere dei problemi e continuare a perpetuare la vita. Nel ciclo agricolo della natura e della riproduzione il dio venuto al mondo era indispensabile nella costante incertezza della vita primitiva e rappresenta un’importante caposaldo del sacro nell’orizzonte primario dell’esistenza umana.

 

Autore: Rossana Tinelli
Messo on line in data: Maggio 2016