RACCONTO: LA LETTERA di Miryam Marino

La Lettera

Cara mamma, non piangere più.
Non pensare a quando mi hai visto dopo le torture in carcere, né a quando ti sei gettata sul mio corpo a terra, straziato dai proiettili dei soldati.
Ora le mie ferite non sanguinano più. Ora io sono un altro.
Se tu potessi vedermi come sono adesso so che giungeresti le mani e sgraneresti gli occhi per la felicità e lo stupore. Sono così felice!
Sapessi quello che ho visto qui! C’è tutta la terra, ma più bella, più leggiadra, più magica. Ti ricordi quando volevo uscire da Gaza per andare a studiare all’estero? Non mi fecero uscire e io mi sentii in prigione.

Volevo girare il mondo, conoscere tutto e invece ero confinato in pochi palmi di terra.
Ma ora sono libero di andare dappertutto e ho visto tutto. Dal Tibet, alla Cina dall’Africa ai Caraibi, non c’è luogo della terra che non ho visitato. E posso andarci in un attimo senza fatica. Mi sposto con il pensiero e in un momento sono dove voglio andare. Se lo desidero posso anche volare ed è una sensazione di gioia incontenibile.
Ho scoperto che qui c’è tutto quanto c’è di bello sulla terra. Ci sono monumenti, opere d’arte, cattedrali e moschee. Ho visitato l’Alambra, i templi di Bali, castelli e antichi palazzi.
In America sono andato a vedere il gran Canyon, non ci sono i grattacieli e non c’è la statua della libertà, ma ampi spazi e praterie. E ho fatto anche un’altra scoperta. Le opere d’arte che sono state distrutte sulla terra dalla furia cieca delle bombe o dal fanatismo religioso, qui ci sono ancora e non possono essere distrutte.

Sono stato a Sana’a e ho visto come il suo centro storico risplendeva al sole.
Era bellissimo con i suoi palazzi che sembrano ricami, tutti integri, sebbene sulla terra siano stati distrutti in buona parte dalle bombe. Dopo aver visitato tutto sono andato in Palestina e… mamma, se tu sapessi! Qui la Palestina è proprio come te la raccontavano i tuoi nonni, quando dicevano che era un paradiso e poi tu l’hai raccontata a me.
Non ci sono insediamenti dei coloni, non ci sono check point, non ci sono muri e by pass road, non c’è l’ombra di un soldato.
A Gerusalemme la spianata delle moschee è molto più incantevole che sulla terra. Tutto quello che è stato distrutto dall’occupazione sionista c’è ancora. Il villaggio di Der Yassin è ancora in piedi e anche quello di Tantura, e ogni villaggio che è stato raso al suolo sulla terra, qui c’è ancora, anche quelli dove sopra c’è stata piantata una foresta o costruito un kibbuz. Su una meravigliosa collina ricoperta di ulivi e alberi da frutta e prati in fiore ho trovato la casa dei tuoi nonni. Credo che andrò ad abitarci.

Ti ricordi di Kaled? Quel bambino che fu ucciso durante un’incursione all’epoca della seconda Intifada? Beh, l’ho ritrovato qui. Sapessi com’è cresciuto! Allora aveva dieci anni, ma ora è un giovanotto. Ogni tanto ci divertiamo a giocare a pallone. Ah! Ho visto anche il somaro di Abu Nidal, quello che nella sua ignoranza si era spinto troppo vicino alla postazione militare e i soldati gli spararono addosso.
Povero Abu Nidal, come si era disperato! Gli era così affezionato! Se lo vedi diglielo che il suo asino sta bene, è perfino ringiovanito ed è tutto contento di non dover più lavorare e di poter giocare e ruzzolarsi come gli pare. Mi ha riconosciuto, perché gli asini, al contrario di quello che pensa la gente sono intelligenti e anche affettuosi. Mamma cara, vorrei asciugare le tue lacrime con i miei baci, ma tu stai serena perché io non potrei essere più felice di così. Ora ti devo lasciare, c’è Kaled che mi fa cenno di andare a giocare, abbiamo messo insieme una squadra con gli amici di qui così possiamo fare una partita come si deve.

Tuo figlio Adnan che ti ama tanto.

Shadia si strinse al petto la lettera come se fosse stato il suo ragazzo. Una lacrima rotolava sul suo viso, ma non era di dolore, era una lacrima di commozione e di sollievo. Sorrideva nell’appoggiare sul tavolo la lettera di Adnan. Si fermò ancora un attimo per accarezzare le sue parole passando amorevolmente  e con leggerezza la mano sul foglio. Poi si avviò verso il letto. Era notte ed aveva sonno. Al mattino fu svegliata dal cinguettio di un uccellino entrato dalla finestra che sembrava volteggiare su un raggio di sole.

Mentre si alzava dal letto si ricordò subito della lettera di Adnan che era rimasta sul tavolo. Si diresse verso di essa con il desiderio di rileggerla e stringerla ancora al petto. Rimase costernata nell’appurare che  non c’era più. Forse l’aveva riposta altrove? Guardò in giro, ma niente. Si chinò sotto il tavolo per verificare che non fosse caduta a terra, magari per un soffio di vento, ma neppure lì la trovò. Delusa, Shadia pensò che era stato solo un sogno. Eppure era così reale! Nel leggerla non aveva avuto il minimo dubbio che Adnan l’avesse scritta. Perché noi  confondiamo il sogno con la realtà, o più spesso, la realtà con il sogno.

 

Autore: Miryam Marino
Messo on line in data: Dicembre 2021