VENEFICIUM di Ossian d’Ambrosio e Daniele Palmieri
Veneficium di OSSIAN D’AMBROSIO E DANIELE PALMIERI
Edizioni Phanes Publishing, Milano, 2025, 318 pagine, Euro 21,00
https://www.phanespublishing.eu
Veneficium. L’oscuro sentiero delle erbe tra stregoneria, magia e medicamenti: un libro dedicato alle erbe “cattive”: quelle che uccidono, che stordiscono, che riducono ad automi, quelle predilette dalle streghe malvagie autrici di terribili nefandezze, il cui nome ci viene tramandato per terrorizzarci.
Ma è davvero così?
Un saggio ha detto che tra medicina e veleno c’è solo la differenza del dosaggio. Seguiamo i due autori che fanno chiarezza su questi doni della natura demonizzati guidandoci tra storia e miti di veleni e avvelenatori.
I veleni sono armi da quando esiste l’uomo. E i veleni vegetali sono stati i primi a essere usati. Alcuni studiosi hanno ipotizzato avvelenamenti di re e faraoni diventati scomodi in Mesopotamia e in Egitto: disturbi di stomaco che si aggravano, febbri che non se ne vanno, emorragie che portano il malato alla morte in pochi giorni sotto gli occhi dei medici impotenti.

Dei Celti si sa che usavano bagnare le punte delle frecce in sostanze stordenti per catturare le prede, ma le frecce avvelenate da usare in battaglia erano note fin dai tempi più antichi e in ogni parte del mondo conosciuto.
In Grecia c’era una dea dei veleni, Achlys, figlia di Nyx, la Notte. Socrate, il famoso filosofo che morì avvelenato, non la chiamò in causa per la sua morte: anzi, ricordò agli amici di sacrificare un gallo ad Asclepio, dio della medicina, che con la cicuta lo aveva guarito dalla malattia della vita.
A Roma divenne di moda uccidere col veleno, al punto che una apposita legge di Silla cercò di regolamentare le sostanze velenose dopo una sospetta moria di mariti. Le avvelenatrici (il veleno è sempre stato considerato appannaggio delle donne) divennero protagoniste di vicende scandalose per l’importanza delle vittime e finirono male, ma una se la cavò alla grande: Locusta, di origini galliche, era nota per i suoi veleni a base di miele e cicuta, ma invece che in carcere finì misteriosamente in una bella bottega sul Palatino, dove vendeva erbe medicamentose, filtri d’amore e altri rimedi per un po’ di tutto, dagli aborti al far sparire i nemici.
Si chiamavano venefiche le persone che vendevano e/o producevano veleni, ma anche meno note creature pericolosissime: fanciulle abituate fin da piccole a ingerire veleno in microscopica quantità, che non le uccideva, ma le rendeva velenose in ogni loro parte al punto da essere usate come dono galante per i nemici, che venivano uccisi dall’amplesso letale. La leggenda vuole che questa metodologia di avvelenamento fosse stata inventata in Cina da Shen Nong (circa 2600 a.C.), imperatore studioso considerato il padre della fitoterapia, che decise di testare personalmente un enorme numero di piante di ogni tipo e i loro effetti fino a morirne.
È passato alla storia il re del Ponto Mitridate, che faceva esperimenti con i veleni inghiottendoli in bassa quantità per rendersi refrattario a eventuali attentati alla sua vita. Il mitridatismo, che prese da lui il nome, non divenne mai di uso abituale, però fiorì un redditizio mercato di fantasiosi antiveleni: dai bezoar, masse solide indigerite che si trovavano nello stomaco di animali, ai corni di unicorno, che probabilmente erano corni di narvalo, essendo introvabili gli unicorni, ma che costavano una fortuna; dalla triaca come panacea universale alle pietre di protezione come batrachite, ambra e smeraldo, che finivano nei bicchieri con l’illusione di neutralizzare il veleno.
Quando si parla di veleni si fa subito il parallelo con la stregoneria: a partire dalle famosissime Medea e Circe, le streghe, con la loro conoscenza delle erbe per curare, non potevano non conoscere anche le erbe per uccidere. E la scoperta dell’unguento usato dalle streghe per recarsi al Sabba consacrò definitivamente l’immagine delle streghe esperte di erbe malefiche da usare per scopi illeciti. Questo non impedì a persone che nulla avevano a che fare con la magia di fare esperimenti con sostanze venefiche per eliminare i nemici.
Furono gli alchimisti e poi i chimici ad arricchire la lista dei veleni con sostanze derivate da minerali. Uno dei primi scoperti, l’arsenico, rendeva la pelle delle signore candida e liscia, per cui era molto facile da trovare, essendo in vendita presso ogni farmacista. Chi aveva bisogno, col passaparola scopriva chi vendeva la polvere giusta: quella delle vedove per liberarsi del marito, quella dell’eredità per liberarsi di un ricco parente che non si decideva a morire da solo, quella degli angeli per liberarsi di un figlio non voluto…
Ma quali sono le piante della tradizione venefica?
Alcune molto inaspettate, come le mele, i cui semi contengono minime quantità di cianuro, e il basilico, legato a leggende di amore e morte; altre insospettabili, come quelle che vediamo ovunque nei nostri giardini, come i fiori dell’azalea, del narciso, dell’ortensia, dell’oleandro e del ranuncolo, il lauroceraso che abbellisce le siepi, l’elleboro, detto “rosa di Natale”, venduto in tutti i supermercati in dicembre.
Altri sono circondati dalla fama sinistra, come il colchico autunnale, che dà sintomi simili al colera e prende il nome dalla Colchide, la terra della maga esperta in veleni Medea; la belladonna, che si usava per rendere più grandi le pupille e gli occhi più belli, ma che nel suo nome scientifico richiama Atropo, la parca della mitologia greca che recideva il filo della vita; la cicuta che diede la morte a Socrate; la datura che fa impazzire e la digitale, pianta di vita e di morte, che a dosi controllate si dà a malati di cuore ed è la preferita dagli scrittori di gialli come metodo per eliminare un bel po’ di vittime.
Di ogni pianta gli autori ci regalano divertenti aneddoti, antiche leggende, curiose tradizioni e, per finire, un Grimorio dei veleni con ricette che interesseranno i ricercatori, che vengono esortati a non darsi all’autosperimentazione incosciente e a non provare con leggerezza ciò che non si conosce. Questo vale per ogni sostanza, ancora di più quando si ha a che fare con veleni.
Quindi leggete questo avvincente libro “come un invito allo studio e alla comprensione dei meccanismi, delle dosi, delle vie di somministrazione che hanno consentito all’uomo di utilizzare le piante venefiche per gli scopi più disparati, che spaziano dalla ritualità, alla scaramanzia, all’ebbrezza e alla medicina”, ma senza mai dimenticare buon senso e prudenza (Recensione di Devon Scott).
Ossian D’Ambrosio è artigiano, musicista e scrittore. Presidente dell’Associazione Antica Quercia, ideatore del Convegno sulla stregoneria e Druidismo, fondatore del Cerchio Druidico Italiano e direttore della Festa di Beltane, è Arcidruida del Druid Clan of Dana. Ha pubblicato saggi e curato vari progetti.
Daniele Palmieri è filosofo, scrittore e poeta; ha pubblicato romanzi, racconti, poemi e saggi filosofici; è autore del blog Nero d’inchiostro ed è notissimo per il ciclo Il cinico gatto e per Gatti. Leggende e misteri, edizioni Lo Scarabeo, scritto con Paolo Barbieri.
