RACCONTO: LO SPECCHIO DI TIRESIA di Giovanni Soriano

Stamattina il cielo era coperto. Una coltre plumbea di nubi sovrastava la città soffocata dall’afa estiva. Purtroppo io detesto muovermi da casa, ma ci sono costretto per le incombenze banali della vita quotidiana: devo fare la spesa, andare in banca, alla posta. Ormai non è più come una volta, quando potevo camminare per chilometri senza fermarmi e senza una meta precisa solo per scaricare la tensione. Adesso le mie gambe sono diventate fragili e insicure e soprattutto mi annoio a camminare anche se so benissimo che il moto mi giova.

Di solito cammino a testa bassa, con passo spedito: l’unica cosa che mi interessa è raggiungere il luogo prefissato senza guardarmi attorno e senza guardare i passanti. La folla mi infastidisce, mi opprime; non sopporto tutte quelle persone distratte che spesso e volentieri mi urtano, mi tagliano il cammino o mi fissano con occhiate inquietanti. Sono sollevato solo quando ritrovo l’uscio di casa mia e posso rientrare nel mio rifugio rassicurante. Comunque stamani, di buon mattino, ero per strada.
Camminavo come sempre a passo svelto per i vicoli del centro storico cercando di tenere lo sguardo fisso a terra. L’età mi ha inoculato alcune ossessioni irrazionali, fra queste vi è il panico senza motivo che mi assale se sbadatamente mi avventuro in alcune strade che ritengo perniciose. In altre parole, sono segretamente convinto che invisibili fantasmi stiano in agguato dietro certi angoli in penombra, pronti ad aggredirmi scatenando nel mio già precario destino qualche calamità disastrosa.

Ogni volta che maldestramente ho incrociato certe strade maledette, spiriti invisibili si sono messi all’opera per condurmi senza che me ne rendessi conto verso le porte dell’inferno. Anche se la razionalità si ribella a tali assurdità, la paura di un fato insondabile è troppo forte e quindi, col tempo, sono diventato estremamente guardingo.
Tuttavia stamani, di buon mattino, mi son trovato a passare in modo assolutamente casuale per una delle vie laterali che si dipartono dalla piazza del duomo: una strada che nella mia mente ho da tempo catalogato come sospetta. Anche se non vi erano segnali palesi di pericolo, non ho potuto fare a meno di osservare un lunga coda di persone che, in fila ordinata,  sostavano presso l’ingresso d’un vicolo cieco immerso nella penombra.

Erano persone comuni, dall’aspetto disparato, ma tutte silenziose e stranamente assorte ed erano visibilmente in attesa di qualcosa o qualcuno. Con una certa cautela mi sono avvicinato per capire il motivo di quell’assembramento. La prima cosa che ho notato è stata una scritta vergata malamente con un gesso su un muro accanto ad una bassa porticina di legno consunto. La scritta recitava: “Provate lo specchio di Tiresia“.
Proprio una faccenda curiosa. Quasi senza rendermene conto mi sono accodato al piccolo gruppo in attesa.

Davanti a me c’era un uomo anziano e dall’aspetto dimesso che se ne stava immobile a fissare con uno sguardo inebetito il muro sbrecciato nel quale s’apriva la minuscola porta. Stavo per chiedergli spiegazioni quando, senza alcun preavviso, una voce concitata di donna si è levata dall’interno del vecchio stabile. Sulla soglia è apparsa una signora di mezza età, dall’aria altezzosa e vestita con molta eleganza: si è scaraventata fuori urlando vituperi contro qualcuno che stava all’interno.
“Una vergogna!… Uno scandalo!… Non metterò più piede qua dentro!…”
Quasi correndo s’è allontanata, visibilmente in preda a un accesso di rabbia assai poco dignitoso.

Dopo qualche istante di silenzio tombale, dall’interno ecco una voce gracchiante che sussurra: “Avanti un altro!”
E’ stata la volta d’un ragazzino sui dieci anni che ha varcato la soglia quasi tremando. E’ rimasto all’interno per circa venti minuti e alla fine ne è schizzato fuori strillando come un’aquila:
“Non è stata colpa mia!… Non lo potevo sapere che la vecchia era debole di cuore!…”
Senza ritegno è sbottato a piangere e a frignare per poi sgusciare via anche lui in preda al marasma. Altre sei persone si sono avvicendate nella sala dello specchio e tutte ne sono uscite decisamente stravolte o perlomeno turbate.

Alla fine è giunto il mio turno. Varcando l’uscio con molta apprensione ho percepito un odore penetrante di muffa. Mi son ritrovato in uno stanzone senza finestre quasi completamente buio: appeso sulla parete di fondo c’era un grande specchio ovale racchiuso in una pesante cornice dorata e, seduto accanto allo specchio su una sedia scricchiolante, c’era il vecchio Tiresia.
Non era soltanto vecchio, era decrepito e anche magro come una bestia selvatica. Sedeva a gambe larghe con la schiena curva in avanti, sorreggendo il peso dei suoi innumerevoli anni con un nodoso bastone da passeggio sul manico del quale teneva appoggiato il mento. Quando sono entrato m’è parso quasi che sussultasse; non so come si fosse accorto di me dato che portava occhiali scuri con lenti assai spesse.

Mi ha chiesto d’avvicinarmi e io l’ho fatto. M’ha sfiorato la faccia con una mano scarna e ha gracchiato:
“Che strano tipo!… Quasi unico… Gli altri dentro sono tutti uguali: pieni di serpenti velenosi, ma tu no!… In te ci sono solo cocci… cocci frantumati!…”
Poi mi ha indicato lo specchio:
“Adesso guardati!…”

 

Io mi sono avvicinato e ho preso a fissare il cristallo reso opaco dal tempo. In principio la visione era confusa: tanti volti emergevano dalla nebbia; una moltitudine di facce che mi riportavano indietro nel tempo, e anche a dei luoghi che credevo dimenticati.

Ho rivisto la strada che percorrevo da giovane per raggiungere il conservatorio, la vecchia casa sulle colline dove si viveva tutti assieme, la riva del fiume dove… lasciamo stare.
Poi ho percepito una nota bassa, profonda; un mi bemolle che pareva scaturire da abissi insondabili: il suono primigenio dell’universo. E su quel bordone cupo mi è giunta una melodia mai udita, arcaica e desolata. Una misteriosa orchestra suonava solo per me una musica che non avevo mai sentito: una musica del futuro, che ancora non era stata scritta. Dopo anni innumerevoli in cui mi ero illuso di aver domato per sempre la mia emotività, quell’armonia irreale mi ha travolto come una valanga, annullando il tempo e lo spazio.

L’emozione era troppo violenta, insostenibile, come se le porte di una dimensione ultraterrena mi si fossero spalancate davanti abbagliandomi con la luce accecante della Divinità.
Dopo  un lasso di tempo indefinito lentamente, come una marea che si ritrae, la musica si è estinta e io mi son ritrovato davanti all’antico specchio, di nuovo solo e irrimediabilmente orfano della grazia divina.

Piangevo, anche se mi costa ammetterlo, per quel breve momento di estasi assoluta che forse non si ripeterà mai più.
Di nuovo ho udito la voce rauca di Tiresia:
“Adesso vai, e scrivi la tua musica…”
Quando infine sono uscito dall’antro del vecchio Tiresia, il cielo s’era rasserenato. Un raggio di sole illuminava il vicolo tetro davanti a me quasi a mostrarmi la via. C’è un gran lavoro che aspetta d’essere compiuto.

 

Autore: Giovanni Soriano
Messo on line in data: Giugno 2012
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