IL SANTO GRAAL di Emanuela Cella Ferrari

Un simbolo notissimo

Il Santo Graal è uno dei simboli esoterici più conosciuti.
Ancora oggi gli uomini rimangono affascinati da questo oggetto e sono desiderosi di conoscere la sua origine e, soprattutto, i suoi effettivi poteri.
Secondo la tradizione cristiana il Santo Graal sarebbe la coppa nella quale Gesù Cristo celebrò l’Eucarestia durante l’ultima cena; e, in quella stessa coppa, Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo quando sulla croce Egli fu colpito al costato dalla lancia di un militare romano.
Secondo altre fonti, invece, il Graal sarebbe una pietra staccatasi dalla corona di Lucifero durante la sua caduta dal Cielo, ossia una gemma celeste che va considerata come una estrema reliquia del Paradiso che ci siamo lasciati alle spalle. In questo caso la ricerca del Graal simboleggia la ricerca dei beni celesti.

Il mito del sacro calice viene anche posto in relazione alla cultura celtica, connessa ai druidi. Non sarebbe neanche sbagliato collegare il Graal ai più antichi riti della fertilità, diffusi ampiamente e successivamente cristianizzati.
In ogni caso il Graal rappresenta un vero e proprio mito ed è diventato una leggenda alla quale si sono ispirati molti autori della cultura europea del XII secolo.
Il primo fra tutti fu CHRETIEN DE TROYES. Verso il 1182 egli compose il Parsifal o il “RACCONTO DEL GRAAL”, un poema in 9000 versi, lasciato incompiuto e poi continuato da altri tre poeti. Nel poema il Graal viene descritto come una coppa misteriosa che, portata in processione al castello del Re Pescatore, contiene un’ostia che è l’unico nutrimento del re paralizzato da una ferita.

Nell’immagine, “Alla cerca del Graal” di Arthur Hughes (1832-1915)

 

Parsifal, presente alla processione, dovrebbe porre una domanda sul Graal, che, se formulata esattamente, salverebbe il re; ma il giovane, vinto dalla timidezza, non osa. Il giorno dopo Parsifal riparte alla ricerca del Graal.
Il tema conduttore di questo poema è la resurrezione mancata del re che Chrétien de Troyes trasse dalle leggende della mitologia celtica.

ROBERT de BORON scrisse una leggenda tra il 1183 e il 1199 intitolandola Storia del Graal in versi. Dalla sua opera derivarono altri romanzi, tra questi la Ricerca del Santo, scritta intorno al 1220. In questo romanzo la coppa è portata in Inghilterra dai discendenti di Giuseppe di Arimatea, e conservata nel castello di Corbenic.
Qui diventa il simbolo esoterico di Dio, e la sua ricerca diventa l’allegoria della spiritualità cristiana. Anche il cinema ha dato prova di grande interesse per questo argomento.
Basti, infatti, ricordare film storici come “I CAVALIERI DELLA TAVOLA ROTONDA” di Richard Thorpe nel 1953 e quello più recente, sul filo dell’archeologia avventurosa, con la saga di INDIANA JONES di Spielberg.

Ancora oggi non risulta chiaro dove i poeti medievali trassero le loro fonti per dare vita al mito letterario-esoterico del Graal. Gli studiosi che fin dall’ottocento hanno cercato di accordare miti celtici, credenze cristiane e personaggi sospesi tra storia e letteratura, non sono in realtà riusciti a trovare una origine precisa a questo simbolo.
All’interno di questo calice sono celati ancora molti aspetti occulti e misteriosi della nostra civiltà, che hanno affascinato avventurieri ed esoteristi. Fra questi è interessante lo studio condotto da JULIUS EVOLA, che vide nel Santo Graal gli aspetti iniziatici di una tradizione esoterica accessibili solo a pochi studiosi.
Il significato e la forma del Graal rimangono, comunque, diversi; infatti ancora oggi non siamo in grado di dire con certezza se il Graal sia una coppa, una pietra o un libro o se, semplicemente, una allegoria.
In ogni caso gli esoteristi hanno indicato, con prove rintracciate attraverso itinerari interpretativi, il luogo in cui il Santo Graal sarebbe nascosto.
Raccogliendo le varie interpretazioni si scopre che queste località sono spesso in un’area in cui il cristianesimo delle origini ha lasciato delle tracce indelebili.

Nell’immagine a lato,
“Il cavaliere del Santo Graal” di Frederick Judd Waugh (1861-1914)

Secondo la tradizione esoterica Giuseppe d’Arimatea raggiunse la Francia portando il misterioso Graal. Possedere il calice equivaleva ad assimilare le tradizioni iniziatiche. Infatti sembra che il Graal guarisse le ferite mortali, rinnovasse e prolungasse la vita, dando la certezza della vittoria a chi lo possedeva.
Giuseppe d’Arimatea, insieme a Lazzaro e alle tre Marie, lasciò la Terra Santa dirigendosi verso ovest, portando ovunque la parola di Cristo. Secondo numerose tradizioni esoteriche egli raggiunse la Francia meridionale ed il suo viaggio ebbe termine nelle città di ARLES e MARSIGLIA.
Sembra che in seguito egli continuasse il suo viaggio verso nord, in direzione di Limoges. La figura di Giuseppe d’Arimatea ha trovato ampio spazio anche in Inghilterra, dove pare che il Graal sia stato portato per essere affidato ad alcuni eremiti. Egli viene ritrovato a Glastonsbury, dove venne costruita una chiesa dedicata alla coppa sacra; secondo la tradizione il luogo sarebbe quello in cui oggi sono visibili le rovine della Glastonsbury Abbey.
Giuseppe d’Arimatea conficcò sulla sommità del Wearall Hill il proprio bastone, che fiorì miracolosamente ripetendo il fenomeno soprannaturale ogni anno a Natale.

Dove si trovi oggi il Graal nessuno lo sa; sembra che il suo ultimo possessore sia stato il mitico PRETE GIANNI. Le indicazioni storiche su questo personaggio sono scarse e subirono, nel tempo, numerose modifiche, fino al punto di trasformarsi radicalmente.
Secondo alcune fonti, del Prete Gianni parlarono i crociati. In seguito sembra che a Federico Barbarossa e al papa Alessandro III fossero giunte delle lettere di un misterioso JOHANNES PRESBYTER, inviate da un sacerdote di un reame ricchissimo, abitato da genti di pelle scura. Il regno era diviso in sette province e comprendeva le tre Indie, l’Asia centrale ed arrivava fino in Mesopotamia.
Le fonti più antiche parlano del Prete Gianni ponendolo in Asia, da dove sembra che egli si muovesse più volte per portare aiuto ai luoghi santi insediati dai pagani. In più di una occasione anche Marco Polo parlò del Prete Gianni, che dai commentatori è in genere identificato come TAGRIL, principe nestoriano sconfitto nel 1230 da Gengis Khan.

Nell’immagine a lato,
“La visione del Santo Graal” di John Henry Dearle (1860-1932)

 

Oggi sono tre le città che conservano dei calici indicati come il Santo Graal: ARDAGH (in Islanda), LONDRA e VALENCIA. Il calice di Valencia è quello che fra tutti è considerato con attenzione dagli studiosi, perché ricco di elementi storici e simbolici che, sul piano teorico, potrebbero certificarne l’autenticità; è conservato nella cattedrale della città ed è costituito da tre parti distinte:
1) una coppa superiore di pietra,
2) una tazza ovale di pietra, usata capovolta come base, con iscrizioni in arabo,
3) una struttura con manici decorati con pietre preziose, che unisce la parte inferiore con quella superiore.
La struttura è opera di un orefice medievale, la tazza e la coppa sono più antiche.
Mancano, quindi, delle fonti oggettive su tale argomento. Tutto questo ha dato ampio spazio alla leggenda, creando un insieme di racconti, ma soprattutto ha dato vita a numerose interpretazioni esoteriche, che hanno fatto del Graal un vero e proprio strumento mitico. Esso si rivela essere una sorta di pietra filosofale, che ha meritato l’attenzione di molti, perfino dello stesso Hitler, desideroso di impossessarsene per acquisire un potere che, ancora oggi, è avvolto nel mistero.

 

Autore: Emanuela Cella Ferrari
Messo on line in data: Dicembre 2002