ARTEMISIA GENTILESCHI di Alexandra Celia

Artemisia: la scimitarra della vendetta

Mostrava come in rotta si fuggiro
li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
e anche le reliquie del martiro”.
Dante, Purgatorio, Canto XII, 57-60)

Aprile Anno Domini 2008, Museo degli Uffizi, Firenze, in un tiepido pomeriggio primaverile, nella semioscurità di un’ampia stanza museale, permeata di silenziosi pensieri indagatori che scrutano, tra ombre e luce di magnifici dipinti, i lunghi e definiti tratti di antichi pennelli, dai polverosi, magici colori di arcana memoria. Il mio sguardo va perdendosi, come in un vortice infinito, nel conclusivo atto di una drammatica scena, che esala e proietta gli ultimi, suoi, frammenti simbolici, allegorici di un’atroce, progettata vendetta, premeditata e consumata dall’ira ingannatrice di una femminile, rara bellezza.

 

Nell’immagine a lato,
“Autoritratto” di Artemisia Gentileschi, in cui la pittrice si raffigura in veste di Martire come allusione alla violenza subita dal pittore Agostino Tosi

In una notte lugubre, tra profonde e remote orientali dimore, in un luogo che va perdendosi non solo nella memoria storica, ma, ancora, nella ribellione di un popolo oppresso – quello ebraico – da un temibile, invincibile, tremendo nemico, il cui nome ancor oggi riecheggia tra le infinite pagine della storia narrata, tramandata, scritta, vivente nella tradizione culturale.
Il mio occhio cattura il candido bagliore di una veste bianca come neve, ma, poche linee oltre il terrificante atto, e lo sgomento rendono la scena teatrale tenebrosa, nera, come l’antracite, come l’abisso senza fine di un baratro, quello che solo il male, o l’Inferno può creare, ed operare tra il cielo e la terra nell’evolversi delle ignare creature che, troppo spesso, sono costrette a subire atroci viltà. Mentre…

Una sinistra luce illumina un volto atterrito, opalescente, fulmineamente bloccato dall’esser e divenire impotente, che nell’ultimo istante soffoca il suo tremendo urlo di dolore, sgomento, poiché ormai, la morte ha reciso definitivamente il filo dell’arazzo della sua vita. Una mano dalla delicata parvenza afferra le corvine lunghe, folti chiome, mentre il lungo braccio, candida diafana pelle, ricoperto di splendidi monili d’oro e gemme di luce, brandisce con fermezza una tagliente spada, sulla cui impugnatura risplende un nero diamante dai bagliori di fuoco, di stelle.

 

Nell’immagine a lato, Artemisia Gentileschi nel 1620 dipinge “Giuditta e Oloferne”, tratto dall’episodio della Bibbia. La scena appare intensamente drammatica, i colori sono fortemente allegorici e simbolici (chiaro influsso di Caravaggio)

E’ un solo frammento di tempo, nemmeno l’istante di un sospiro, ed ecco che la testa di uno sciagurato spicca dal collo, tagliata di netto, lontana dal corpo ormai inerme, avvolto in sontuose coltri color rubino. Dopo una notte di dolci parole spese per l’imminente inganno di una congeniale, mortale trappola. Ed un zampillante carminio rigagnolo traccia, simile ad un rapido fiume, il segno dell’imminente fine! Tutto è silenzio, ombra, offuscarsi di pensieri, e nel contempo un forte, intenso dirompente frastuono, d’immagini, suoni, percezioni, colori cupi e setosi, che prolungano le idee oltre lo spazio, fino alle vette di un orizzonte perdentesi in sconosciuti meandri del peccato, e della perversa malvagità. L’intensità del dipinto esprime tutto questo, e forse, molto di più di quanto umanamente si possa percepire, intravedere, intuire, di un doloroso istante vissuto, come sospeso tra il tutto e l’annullamento totale. Un puro eclissarsi agli eventi temporali.

L’atmosfera svela un silenzio intriso di terrore, angoscia, paura, ed un’atroce verità si sta per consumare. La storia travolge i tempi ed i luoghi e nulla sarà più come prima, nella cronologia dei racconti storici, biblici, e come, poi, la grande Arte di geniali pennelli di un Sandro Botticelli (1478), Mantegna (1490), Giorgione (1505), Michelangelo Buonarroti (1512), Sebal (Hans) Sebald (1547), Allori (1580), Michelangelo Merisi da Caravaggio (1599), Artemisia Gentileschi (1620), sapranno trasporre su tele, con tutta la loro potenza, vitalità, magnificenza, splendore, téchnè, pathos, dinamicità, storica drammaturgia, quale unicamente l’Arte, in quanto sublimazione del bello, del vero, dell’arte per l’arte, è consapevole, conscia di esprimere nella dimensionalità della soggettiva creazione, e realistica interpretazione di uno storico, quanto verosimile accadimento. Una lettura che trasporta la mente, critica e consapevole, fin tra le pieghe di microscopici segmenti di colori distesi – all’origine – sull’ immacolata, casta tela.

Senza dubbio, a questo punto del nostro iniziale racconto, la curiosità intelligente ispira i lettori alle consuete, inoppugnabili domande, cosa veramente stiamo cercando, osservando, contemplando, indagando? Si sta descrivendo una delle molte, classiche rappresentazioni di un riferimento biblico, di un libro dell’Antico Testamento cui fa capo la famosa storia della donna ebrea Yaudit, meglio nota come Giuditta che:

In piedi. Con la sinistra strappa la barba, e poi i capelli di Oloferne, steso, come inerme, sotto di lei. La mano destra ferma, e sicura della donna guerriera, stringe una scimitarra che in un solo attimo, sgozza l’uomo, il grande generale di mille vittoriose battaglie, il luogotenente del potente Re Assiro. Oloferne, aprendo la bocca, soffoca un urlo nel silenzio dell’impotenza, mentre, lentamente il velo della morte gli occhi gli appanna, come gelide nebbie che tutto occultano, ed è subito il nulla, un silenzio tombale, la spettrale visione di signora Morte… Oltre la tenda dell’accampamento che vede lo svolgersi del micidiale atto per mano di una donna e della sua fedele ancella, gli armati soldati sorvegliano il circostante campo, poiché nulla deve accadere al grande generale del Re. Non una parola, un gemito sembra trapelare, in una notte in cui la bella Selene brilla più intensamente del solito, e la grande Sirio, custodita dai suoi tre Dèi guardiani, dall’alto della volta profonda e senza confini, scruta gli umani comportamenti! Ma in vero… qualcosa di orribile, d’indefinibile ha reso i profili di un delittuoso atto, concepente e declamante la volontà divina, e la ferma concezione che la libertà non ha prezzo, deve essere riscattata con qualsiasi mezzo”.

Yahvé, dall’alto della sua imperitura gloria, ha udito il lamento del suo eletto popolo, e protrae la sua collera divina come folgore dal cielo, riversando la sua incommensurabile entità nella spada distesa, gelidamente, come intrisa di una intima vitalità, sul nudo collo del Generale Oloferne, e Yaudit/Giuditta, viene a compiere la suprema, Onnipotente volontà. La scena contemplabile appare, ad un vigile occhio, dirompente per la cruda verità ch’essa emana, quasi a voler oltrepassare la tela e fluire nella nostra realtà. Sia l’opera di Caravaggio (1599), o ancor dopo di Artemisia Gentileschi (1620) l’essenza che questa emana, e riflette sull’osservatore di turno, non muta d’accento. Quanto si intuisce è unicamente la tensione del doloroso evento storico che si protrae nella temporalità, e che trova il suo trionfo di giustizia, nella completezza dell’atto conclusivo, Giuditta che vendica il popolo oppresso, che annienta con la spada tagliente la prevaricazione, la crudeltà del nemico sopraffattore, tiranno. E la vita riprende, così, il suo reale e più consono percorso nella ciclicità dell’eterne stagioni, tra vita e morte, bene e male, verità e menzogna. Tutto sembra proiettarsi oltre l’intuito meticoloso, attento, incuriosito fin al punto di voler quasi immergersi in quelle tele. Dipinti che, come un fotogramma di un grande regista, esprimono l’umano divenire, in un contesto di febbricitante trasporto, con il lampante desiderio di conoscere quell’unico incipit che diede il moto alla grande ruota della leggenda. Se di leggenda si può pensare, parlare, raccontare.

Dunque, cosa accadde in verità, come avvennero i fatti che indussero la donna ebrea, bella, affascinante, ricca, nobile nel portamento a commettere simile scempio? E perché legare questo biblico accadimento all’arte di Artemisia Gentileschi? Andiamo investigando con ordine, tra le linee che compongono un arazzo colorato dalle esaltanti sfumature che unicamente la Storia può donarci, pur se, con la ricchezza di quegli interpretabili enigmi che ricolmano il prezioso scrigno delle incomprensibili verità, da indagare, investigare, ricercare, motivare, svelare fin nei più reconditi aspetti. Uno spettro di luce, un caleidoscopio di colori che sfuma in impercettibili intrighi di potere, conquista, gloria umana, e ricerca costante di brama e ricchezze materiali. La tensione dell’immagine rappresentata, gli intensi colori, perfette linee che tracciano le aeree proporzioni dei soggetti immortalati, fanno eco alla mano di Caravaggio prima, e a quella di Artemisia Gentileschi successivamente, in quel Seicento che si lascia dietro una lunga serie di magnifici capolavori senza tempo.

In un eone avanti l’Era cristiana. Mentre il vento della sera soffia trepidante tra rigogliose fronde di maestosi alberi, un uomo severo in volto, avvolto nel suo mantello color indaco, impreziosito con arabeschi ricamati con filo d’oro, scruta la pianura sottostante, fiero di aver inferto un mortale colpo alla grande città di Gerusalemme, indomabile, fino ad allora, come un regale felino, il re leone. Era solo l’anno 605 a.C., quando presso Carchemis sconfigge l’esercito del potente faraone dell’Antico Egitto causandone gravi perdite, e che lo vede pochi mesi dopo, nell’Ottobre dello stesso anno investito di corona e scettro, trionfare sul grande regno di Babilonia. E’ l’ascesa del grande condottiero e re Nabucodonosor II – vide la sua stella tramontare nel settembre del 562 a.C. – il Re babilonese più noto di tutti i tempi, rammentato dalla Bibbia per aver conquistato e distrutto Gerusalemme, e piegato la volontà dell’eletto popolo. Il tempio di Re Salomone nel 587 a.C., viene annientato, le ciclopiche mura distrutte da ampi varchi, la città in preda alle fiamme, disperazione tra gli ebrei che si vedono deportati e provati, ancora una volta, dalla dura legge del Divino castigo, così come trapelerà dalle pagine del grande insigne storico classico, romano di origine ebraica Giuseppe Flavio – 37/100 d.C. – nella sua opera Antiquitates Iudaicae, in cui descrive la storia degli ebrei dalla Creazione.

 

Nell’immagine a lato,
raffigurazione della copertina di una edizione del 1552 delle Antichità Giudaiche dello storico Giuseppe Flavio

E’ un rigido inverno e nel Regno di Nabucodonosor, nella maestosa città di Ninive in terra di Assiria, qualcuno cospira tramando inganni e logistici, imprevedibili movimenti militari, su ampie carte distese su un antico intarsiato tavolo d’ebano. Carte militari che delineano le trascorse conquiste, ed i campi di battaglia ancora da attaccare e travolgere.
Una voce irrompe, come un tuono roboante nel cielo, dall’alto del regale trono, intagliato in un solo blocco di lucente marmo, cui svettano maestose due enormi figure di leoni alati. Grandi, magnifici smeraldi di rara fattezza riempiono la cavità oculare dei due possenti e muscolosi felini, i cui bagliori sembrano rendere vivi gli immoti animali, incutendo un reverente timore nei soldati impassibili per il turno di guardia. Come negli schiavi pronti ad un solo cenno, ad esaudire i desideri di colui che l’universo rappresenta. Nabucodonosor convoca il suo intrepido luogotenente Oloferne. Generale di mille vittorie, infnite campagne di guerra, molteplici gli evidenti segni di lotte estenuanti sulla sua pelle. Il suo incedere è sicuro, incute timore e reverente rispetto per aver dato la gloria degli allori al suo amato Re, che in breve gli rivela:

Ecco, tu uscirai come mio luogotenente e prenderai con te uomini valorosi. Centomila fanti e un contingente di dodicimila cavalli con i loro cavalieri, quindi muoverai contro tutti i paesi di occidente. Poiché quelle regioni hanno disobbedito al mio comando. A costoro comanderai di preparare la terra e l’acqua, perché con collera piomberò su di loro e colpirò la terra con i piedi del mio esercito, e li metterò in suo potere per il saccheggio. Quelli di loro che cadono colpiti riempiono le loro valli, e ogni torrente sarà pieno dei loro cadaveri fino a straripare”.

Così ebbe a parlare il Sovrano di Assiria, mentre il Generale Oloferne, per l’ennesima volta, preparava a muovere il suo sconfinato esercito alla volta dei popoli ribelli, da assoggettare senza alcuna pietà. Intanto l’eco delle scorrerie di Oloferne, del sangue versato, delle lame fendenti l’aria del magico Oriente, giunge, rapidamente, come un ciclone turbinante, neri destrieri di fuoco lanciati all’inseguimento, fin nei più lontani piccoli villaggi di pastori ed artigiani ebrei, che del loro lavoro armonizzano il tempo e le stagioni a venire. Giuda e Gerusalemme tremano, invocando la pietà dell’Altissimo, nell’attesa dell’imminente sciagura, consapevoli che sarebbero stati vagliati come il grano, ad uno ad uno, secondo il volere del Signore.

Una tempesta si avvicinava fulmineamente al popolo eletto, che di Mosè (XIII a.C.) custodisce le sacre Tavole della Legge, e l’intoccabile, misteriosissima Santa Arca dell’Alleanza, cui due alati Cherubini d’oro massiccio, sorvegliano incessantemente che nessuno la profani con sacrileghe mani. L’umiliazione toccò inesorabilmente tutti gli israeliti, anche quando il cavallo di Oloferne giunse, puntando i suoi poderosi zoccoli nelle aride sabbie, al piccolo villaggio di Betulia, dove una giovane vedova timorata di Dio, retta moralmente, influente per ricchezza e bellezza, fu ispirata nella preghiera e nel digiuno ad una titanica impresa che la storia avrebbe modificato, e con questa il destino di molti uomini. Dopo giorni e giorni trascorsi in fervida preghiera, dopo i riti dell’abluzione purificatrice, la bella Giuditta si fece aiutare dalla schiava personale ad indossare abiti sontuosi, gioielli di rara bellezza, acconciare le lunghe fulve chiome, annodare il grande fermaglio di rubini e perle, dono e ricordo del suo amato sposo Manasse, frammento di un nuziale intrattenimento, quando ogni istante appariva nella sua assoluta magia e sensualità.

Con l’incedere regale, altero, sicuro Giuditta cominciò ad incamminarsi verso l’accampamento di Oloferne, senza alcun timore, certa della onnipresenza divina nel suo cuore e nel suo spirito. Amata dal suo popolo similmente una regina, rispettata dagli anziani del tempio, come colei che dimorava a lungo tra le pieghe della mente dell’Altissimo. Ben presto si presentò, a notte fonda, nei pressi delle tende dei soldati Assiri, quelli preposti alla guardia imperiale, che vedutola le intimarono il fermo, per le domande di rito:

Donna, di qual popolo sei? Donde vieni? Dove vai?”. Giuditta rispose presto, senza tremare, ma con la fermezza nella voce, certa in cuor suo, che nulla le sarebbe accaduto, ella portava la fiamma divina nel suo animo: “Sono figlia degli ebrei, e da loro fuggo, poiché stanno per essere consegnati in vostra balia. Io, quindi, vengo alla presenza del grande Oloferne, comandante supremo dei vostri eserciti, per rivolgergli parole di verità, e indicare la via sicura per divenire padrone, e non spargere sangue dei suoi…
Quella improvvisa, offuscante sembianza di bellezza apparve ai soldati come una visione discesa dagli dèi, un presagio di vittoria, un favore eccelso per ottenere il successo, in tempi brevi. Quindi, senza aggiungere parole, fu presto condotta, con la sua schiava, al cospetto del Generale nella tenda che lo accoglieva per il riposo della notte, meditando l’imminente battaglia con la perizia strategica più consona, al suo ruolo di stratega militare.

Quando Oloferne la vide, un lampo incendiò i suoi occhi, Giuditta l’invaghì di sé. Erano molti i mesi trascorsi in solitudine, immerso totalmente nelle questioni legate alla logistica delle imprese sui campi di guerra, per definire al meglio e sottilmente ogni minimo desiderio del sovrano:“Stai tranquilla, o donna, il tuo cuore non abbia timore perché io non ho mai fatto male a coloro che si sottomettono al re Nabucodonosor”.
Giuditta, ma è il biblico racconto, s’intrattenne, così, per giorni presso l’accampamento assiro, deludendo gli occhi del grande Generale, ingannandolo con sottili parole, presso il luogo più caro ai sentimenti. Ma, nel suo intimo cuore chiedeva aiuto al Dio di giustizia, per aver la forza di portare a compimento il suo sinistro disegno, e tessere quella trappola di morte, di distruzione per il popolo nemico. E, il momento rapidamente giunse, per far scoccare il dardo avvelenato, cadere la scure tagliente, riscattare l’oppressione acclamando la libertà di Gerusalemme, del Tempio. Così, avvicinatasi Giuditta alla colonna del letto dalla parte del capo di Oloferne, ne estrasse la lunga, pesante scimitarra di lui, e accostatasi al letto afferra la testa di Oloferne, immerso nel profondo sonno, avvolto nelle spesse nebbie dell’oblio, dopo aver a lungo gustato del vino e del cibo che la stessa Giuditta aveva preparato. Immergendo, poi, la mano nella folta nera chioma, sussurra: “Dammi, infondi o Signore d’Israele, coraggio in questo tremendo momento, in cui la mia anima trasale e trema”.

Nell’immagine a lato,
Artemisia dipinge nel 1610 “Susanna e i Vcchioni”. Scena intensa, liricamente elevata e drammatica, in cui la simbologia del bianco drappo esaltato sulla nudità della figura allude, ancora, alla sua triste esperienza. 
Il doloroso silenzio è un urlo esprimentesi attraverso scene, colori, luoghi, forme, spazi. Due piccole alate figure, formantesi dai lembi delle camicie dei due anziani, sono simbologia di una libertà violata e nel contempo anelata. Il desiderio di fuggire libera, oltre il tempo e l’evidenza della realtà contaminata.
Collezione Schonborn Pommersfelden

 

Anno Domini 1620, la debole fiammella di una cero prolunga sul muro l’ombra di un braccio che teso dipinge la scena finale di un classico biblico racconto, con velature oscure, per dar rilievo alla cruda visione. E’ Artemisia Gentileschi pittrice, figlia del pittore Orazio Gentileschi, entrambi rinomati artisti del ‘600 appena iniziato, eco di grandi nomi dell’universo della pittura, dell’arte come di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, che anticipò con il tema di Oloferne e Giuditta, quanto la stessa Artemisia s’appresta, ora, ad ultimare rapidamente, evocando in sé stessa, quella rabbia molte volte repressa, soffocata. Una violenza che trasfigura sulla tela, in questo preciso istante, in cui si compie la verità. Nel dare l’ultimo ritocco di colore, sulla mano sferrante il colpo mortale, ella stessa si proietta in quel tragico gesto, di quell’antico tempo, in quel lontano luogo, non è più Giuditta che uccide, è lei che compie quell’atto di vendetta. Storia vuole che la bella Artemisia, ancor fanciulla, subisce un grave abuso nel 1611, da parte di un pretendente, il pittore toscano Agostino Tosi, il quale non ricambiato negli affetti, respinto, ordisce bene di usurparla della sua purezza, infliggendole una tremenda, indimenticabile esperienza…

Con tutta la forza Giuditta fa scintillare, elevandola alta, la lama che con un sol fendente cade poderosa sul nudo collo, recidendo, così, di netto il capo di Oloferne. Un istante dopo, la testa sanguinante del Generale è sospesa in alto, serrata nella mano di Giuditta che, trionfante, mostra ai soldati assiri, increduli, il suo macabro bottino di guerra. La città di Betulia è salva, salvo il popolo, Giuditta si riscatta come donna, come sposa, pur se vedova, vince per la sua astuzia. La bellezza, l’intelligenza sconfiggono per sempre il potere dell’esercito Assiro, la storia ridisegna il suo arazzo con nuovi colori, nuove trame su un rinnovato orizzonte. E’ il simbolismo salvifico della intercessione divina attraverso la figura femminile, secondo l’Antico Testamento. Simbolo, nel Nuovo testamento, della Chiesa stessa e del suo ruolo salvifico, ulteriormente testimoniato dal colore bianco della camicia della donna che Artemisia magistralmente dipinge nella sua opera, in un quasi apparire. E con maggior rilievo, ancor prima, dalle sapienti mani del Caravaggio che ben evidenzia le forme del casto lino, quanto, appunto, sarà ispirazione in Artemisia. Il bianco espressione di purezza, di castità, la stessa che, in quel lontano Seicento fu per sempre offuscata all’innocente Artemisia.

Ogni opera pittorica della Gentileschi denuncia chiaramente, tra le righe e nei vari soggetti, la triste esperienza, quell’episodio della sua vita che volente o no, trasparirà dalle decise linee dei suoi dipinti, cui colori intensi, a tratti tenebrosi, misteriosi, enigmatici sono un puro specchio della sua anima ferita, dell’animo gentile per sempre annullato, depauperato, depredato del vero, unico amore. Lo stesso che ogni fanciulla dell’umanità di ogni luogo e tempo, ha sempre sognato e desiderato concretizzare, coronare con il sponsale amore. I due saranno una sola carne, similmente che l’amore Divino in terra! Profonda analisi in chiave psicologica e psicanalitica del dipinto di Oloferne, esprime una manifestazione di un animo inquieto, desideroso di rivalse rispetto allo stupro subito. Ancora, nelle tele dipinte da Artemisia si contempla, spesso, che le sembianze delle formose, intrepide, energiche eroine che ivi compaiono, abbiano sembianze del volto che ritroviamo nel suo autoritratto che la vede martire. E la bellezza accattivante di femminili fattezze, sono sempre la trasposizione della bellezza armonica della stessa Artemisia.

 

Chi è veramente Artemisia Gentileschi?

Roma nel mese di luglio, il giorno 8, vede la luce un piccolo pargolo, che prenderà a breve il nome di Artemisia. Figlia del già noto pittore Gentileschi, e pittrice ella stessa, segue le virtù paterne con amore e grande dedizione. Artemisia ebbe il suo apprendistato nella bottega paterna, imparando l’arte del disegno, l’impasto dei colori, e di dare luminosità ai dipinti. La scuola di pittura seguiva, prettamente, la prospettica caravaggesca, e lo stesso Michelangelo Merisi amico di famiglia, fu musa ispiratrice della giovane pittrice che lo imitò all’inverosimile. La passione per la scienza della pittura – come il grande Leonardo da Vinci la definiva – non era usuale nelle donne, che al contrario non erano, in quest’ambito, ben viste ed apprezzate. Ma, il caso di Artemisia è come un torrente in piena, rompe gli argine dell’ottusa società seicentesca, per ridefinire un nuovo concetto, nuova concezione di arte e pittura, secondo i classici canoni cui i più elevati artisti s’attengono, esprimendo la loro divina natura ed essenza. Nuova luce, prospettive rigenerate nella linfa che crea nuovamente gli ‘atti’ del processo pittorico, quale solo l’anima intrisa d’amore può esprimere veramente. Come la Poesia, così la pittura sono e rappresentano le stesse membra dell’artista che s’unisce, allegoricamente, metaforicamente, mediante la sua opera, alla tela, al mondo, all’universo, esprimendo se stesso, il suo ideale, il suo principio, l’eterno e sempre nuovo divenire. L’artista è della natura, ideatore e continuatore, il vero ‘creatore’, colui che ‘genera’ l’anima in materale forma! Atto e creazione pura. Strutturando, così, una forma d’eternità, d’immortalità.

Artemisia donna e pittrice – 1564/1642 – seppe conquistare la stima di persone influenti come il Granduca Cosimo II de’ Medici, della Granduchessa madre Cristina. Tra i suoi estimatori ebbe un ruolo di rilievo Michelangelo Buonarroti il Giovane – nipote del già famoso Michelangelo – il quale impegnato nella realizzazione architettonica di una magione che glorificasse l’opera dell’illustre parente, pensa di affidare all’ingegno di Artemisia la commissione di affrescare le stanze interne. La memoria di Michelangelo doveva essere fermata in un istante d’eternità! Artemisia s’appresta velocemente a dipingere una tela che avrebbe coperto la volta del soffitto della magione michelangiolesca. Idealizza un progetto che vede una fanciulla in tutta la sua bellezza, nelle armoniche sue sembianze il chiaro manifesto per la ‘glorificazione’ di Michelangelo. Una Allegoria dell’inclinazione – intesa come talento naturale – rappresentata nelle delicate forme di una giovane donna senza alcun velo che celasse le sue nude carni, che tiene una bussola nella mano. Molti critici sono propensi nel vedervi rappresentata la stessa Artemisia, che con il suo autoritratto avrebbe identificato in quelle sublimi fattezze il suo stesso corpo. A detta di molti, ella appariva bellissima, avvenente, desiderata oltre che per la vivida intelligenza, appunto per il carisma, e la sensualità ch’ella emanava. Così come, ogni suo dipinto è puro effluvio di una malinconica, rara bellezza che cattura gli sguardi, gli interessi, calamita il cuore, l’anima dei contemplativi d’arte, con quella purezza di linee e forme che contraddistingue i capolavori e il talento di Artemisia Gentileschi. Infatti osservando attentamente il bellissimo quadro di Diana – 1612 – l’esaltante bellezza nobilita un armonico corpo femminile completamente disteso, come immerso in una nuvola di luce che irrompe fulminea da un fondo completamente scuro, lo spazio nero come una notte senza l’Astro fulgente, una lastra di freddo acciaio.

 

Nell’immagine sopra
Artemisia nel 1612 dipinge la dea Diana. Armonia, bellezza, classicismo, fascino, mistero in un profondo contrasto di colori tra luce e ombra. Caravaggio è presente tra le linee segmentate dei colori puri, della mano dell’artista

E ancora una volta, il bianco del telo di naturale tessitura spicca, emergendo prepotente a sottolineare quell’antico candore rapito, disintegrato, che fu il luogo della sua perduta purezza. Contrastato da un drappo di un purpureo colore, un rosso profondo e impalpabile.

Artemisia, ebbe tra l’altro, un lungo rapporto epistolare e di elevata stima con Galileo Galilei – 1564/1642 – il quale sottolineava, nelle sue lettere, dissertazioni sul Dialogo sui massimi sistemi del mondo, tra scienza, astronomia e fisica. Artemisia e il padre vivono sulla scena teatrale di una Firenze illuminata dai nuovi eventi della scienza e culturali. La Roma degli anni 1621/1630, seguiva fortemente la pittura e lo stile di Caravaggio, e vede il periodo di ritorno alla città di Artemisia e di suo padre, ma è in questo eterno luogo ch’ella trova modo di alimentare la sua fiamma d’amore artistica per essere, poi, successivamente lanciata in Europa divenendo ben presto un gigante, tra i giganti, dell’arte proiettata al nuovo secolo a venire, il Settecento. Roma era la meta obbligata per gli artisti di tutta Europa, punto di snodo di un universale sapere spalancato al mondo, nelle prospettive delle soggettive genie. Con il pontefice Urbano VIII, il crescente successo del classicismo della scuola bolognese o delle avventure barocche di Pietro da Cortona 1596/1669.
Napoli vede l’ultimo luogo dell’attività artemisiana dal 1630/1653, tranne una breve parentesi inglese nel 1942. Finché l’ultima goccia di un cero spense il proscenio della vita, per spalancare la via all’immortalità di Artemisia Gentileschi!

 

Autore: Alexandra Celia
Messo on line in data: Aprile 2009