I PONTI DEL DIAVOLO di Andrea Romanazzi

Il “pontefice” diabolico… ovvero quando il Diavolo faceva il muratore

La costruzione di un ponte è stata da sempre, nell’immaginario collettivo, un qualcosa di estremamente arduo e complesso a causa delle difficoltà di violare lo stato d’essere della natura. Proprio per questa sua peculiarità e per il timore del vuoto che comunque genera, la sua costruzione è stata da sempre associata al Diavolo.
Le narrazioni presenti nelle tradizioni popolari che ne descrivono il mito di realizzazione presentano una serie di elementi comuni. Il Demonio si offre di realizzare il ponte per ottenere l’anima della prima creatura che l’avrebbe attraversato. Il ponte è sempre costruito in una sola notte e ha la tipica forma a dorso d’asino. La narrazione termina con il demonio gabbato che si deve accontentare dell’anima di un animale. Cosa si nasconde dietro queste curiose leggende in realtà diffusissime su tutto il territorio nazionale? Iniziamo il viaggio tra i ponti del Diavolo.

I ponti del Diavolo in Italia
Il nostro viaggio parte dal Piemonte, la regione che può vantare il maggior numero di costruzioni realizzate dal Diavolo in persona. A Dronero, in provincia di Cuneo, esiste un ponte medievale realizzato nel 1428. La leggenda narra che gli abitanti del paese avevano deciso di costruirlo per poter attraversare senza difficoltà il torrente Maira. Nonostante i loro sforzi, però, nessun ponte era abbastanza robusto da resistere alle piene dell’impetuoso torrente.

Ponte di Dronero

Ogni volta che uno veniva terminato, la pioggia gonfiava le acque del torrente e la corrente trascinava via con sé il fragile lavoro degli uomini. Fu così che i cittadini decisero, su consiglio di un eremita che viveva nel contado, di chiedere aiuto al diavolo. In cambio dell’anima della prima creatura che avesse attraversato il ponte, il signore degli inferi avrebbe realizzato un robustissimo ponte.
Ecco però l’inganno: quando la costruzione fu pronta, il sindaco prese un pezzo di pane e lo lanciò sul ponte. Un cane randagio che gironzolava lì intorno vide la forma di pane e si precipitò a prenderlo, scappando così velocemente dall’altra parte del torrente. Fu la prima anima ad attraversare il ponte. Il diavolo fuggì via infuriato dovendosi accontentare del sacrificio di un animale. Da quel giorno il ponte prese il nome di Ponte del Diavolo. In Piemonte altri ponti dedicati al demonio li troviamo a Bugliala di Trasquera, lungo la strada carrozzabile che da Trasquera porta alla frazione di Bugliaga, a Marona, in provincia di Novara e a Foppiano, nel Verbano.

Più noto è però sicuramente il ponte presente nelle cronache di Lanzo Torinese. La narrazione è molto simile alla precedente. I cittadini cercavano disperatamente di costruire un’opera che avrebbe permesso loro di raggiungere rapidamente la chiesa posizionata dal lato opposto della valle. Purtroppo la costruzione era di difficile realizzazione e soggetta a continui crolli. Ecco così che un eremita che viveva da quelle parti, si fece intermediario tra la popolazione e il diavolo a cui sarebbe stata donata la prima anima che avrebbe attraversato la costruzione. Qui però è l’intervento di un santo, la cui edicola è ancora visibile all’inizio del ponte, a gabbare l’arcano costruttore. Si narra infatti che San Rocco, saputo di questo patto al termine dell’opera, lanciò una forma di formaggio lungo il ponte facendo sì che il primo ad attraversarlo fosse un cane affamato.


Ponte di Tolentino

 

Ponte di Cividale

Abbandoniamo il Piemonte, ma la cavia non cambia, è sempre un povero cane a essere sacrificato a Tolentino, in provincia di Macerata. In questo caso è san Nicola a ingannare il diavolo.
Un altro ponte del diavolo è presente a Cividale del Friuli. In realtà quello che si vede oggi è una ricostruzione realizzata nel 1918 in quanto quello più antico fu fatto saltare dopo Caporetto per fermare l’avanzata austriaca. La leggenda è sempre la stessa, condita però con un curioso particolare. Il Diavolo furibondo, per essere stato ingannato, avrebbe scagliato violentemente il cane contro lo scoglio piatto presente presso il pilone centrale sul quale sarebbe tutt’ora visibile l’impronta dell’animale. Narrazione simile la troviamo associata al ponte di Augusto e Tiberio di Rimini. La presenza di due tacche somiglianti all’impronta di piedi caprini sulla balaustra posta lato monte, contribuì a diffondere la leggenda di un ennesimo “Ponte del Diavolo”.

Ponte di Rimini

Anche la Campania, terra di streghe, possiede i suoi ponti del diavolo. A San Lupo, lungo la statale che porta a Guardia Sanframondi, esiste un ponte in pietra bianca che la tradizione vuole realizzato dal diavolo per le sue janare. E’ da qui infatti che molte di esse, dopo essersi unte con il magico unguento, avrebbero spiccato il volo per il noce beneventano. Sotto il ponte ancora oggi sarebbe visibile una pozza, chiamata “ru vurve re l’ infierne” dalla sinistra e tragica fama.
Sempre in Campania, a Cerreto Sannita, sulla strada che dal paese porta a Cusano Mutri troviamo poi il “ponte d’Annibale”, noto anche come ponte del diavolo. L’atto stesso di attraversare il ponte richiede scongiuri ed orazioni, molto spesso ancora oggi effettuati dai più anziani abitanti del luogo. Altro bellissimo ponte era presente a Civita, in Calabria, purtroppo però crollato da diversi anni e solo ultimamente ricostruito, o ancora quello denominato “della Vecchia”, in Lucania, che prenderebbe il nome da una masciara che viveva nelle vicinanze.

Un altro esempio: l’antico
Ponte di Blera

Ponte di Borgo a Mozzano (sopra)
e cartello esplicativo (sotto a destra)

Il Sacrificio edilizio
Dopo questa ampia carrellata, certamente non esaustiva, ma che descrive i più importanti ponti legati al diavolo in Italia cerchiamo di capire il perché di questa sinistra fama. C’è un motivo per cui il diavolo, nel folklore popolare diviene un abile architetto e muratore? Per alcuni questa strana attribuzione è legata a particolari “disegni” esoterici presenti su tali realizzazioni o magari alla troppo arida costruzione per l’epoca, o ancora alla oscura fama dei  costruttori. In realtà ciò che si nasconde dietro queste leggende è il ricordo di antichi rituali pagani mai dimenticati.

Da sempre il tema del “sacrificio”, ed in particolare quello umano, come offerta per placare la collera divina  in qualche modo generata dai comportamenti dell’uomo, è presente nel mondo antico. Se però ci si sofferma spesso su questo aspetto cruento presente nelle antiche civiltà del passato si da poca importanza all’uccisione rituale legata al “sacrificio edilizio”. In passato infatti, quando bisognava realizzare una nuova costruzione, una torre, un ponte, o addirittura fondare una città, si usava effettuare un’offerta ad una divinità, ad un genius loci,  ad una ninfa o ad un demone per assicurare il loro benvolere alla nuova realizzazione.

Nelle civiltà storiche e protostoriche non mancano testimonianze del sacrificio edilizio. Ecco così che nell’antica terra di Canaan era uso seppellire un uomo tra le fondamenta dei villaggi e tracce di questo ricordo sono presenti anche nel Vecchio Testamento ove si dice “… nel settimo giorno i sacerdoti prendano sette tombe, che si adoperano nel giubileo, e vadano avanti all’arca del testamento, e farete sette volte il giro della città…”

Pausania testimonia il sacrificio edilizio nella narrazione della fondazione di Messenia, e simili rituali li troviamo tra i nativi d’America, in Asia e nella cultura africana. Si narra così che presso alcune tribù africane, dopo aver deciso il luogo dove fondare un nuovo villaggio, venisse disegnato un “recinto”, di solito circolare, ed era qui che era condotto un ragazzo a cui venivano tagliati i malleoli in modo che, prima di morire, tra gli spasmi, potesse diffondere in tutta l’area il suo sangue innocente. Ancora una volta sembrerebbe che questi rituali non appartengano alla nostra cultura antica ed invece il sacrificio edilizio lo ritroviamo nella civilissima Roma. Il mito della fondazione dell’Urbe è quanto mai lungo e complesso, in realtà in questa sede ci interessa la parte finale dello stesso. Romolo e Remo ottengono il permesso di fondare una nuova città. I due fratelli si dividono, uno si reca sul Palatino e l’altro sull’Aventino per osservare il volo degli uccelli che avrebbe vaticinato il luogo preciso di fondazione.

Il responso favorisce Romolo che traccia il solco sacro “... Romolo attaccò all’aratro il vomere di rame, accoppiando al giogo il toro e la vacca e tracciò un solco profondo a base delle mura. Questo solco costituì il circuito che doveva percorrere la muraglia chiamata poi dai latini  Pomerio, cioè, post murum“.
Nessuno avrebbe dovuto attraversare il solco tracciato. Remo invece si prende gioco del fratello passandolo e così viene ucciso da Romolo. Sembrerebbe incredibile come la fondazione dell’Urbe fosse “insudiciata” da un gesto così cruento, un fratricidio. In realtà questo episodio nasconde altro, un sacrificio rituale per la novella fondazione. Questa tradizione cruenta sin qui descritta viene successivamente mitigata attraverso il sacrificio animale. Ecco così che al sacrificio umano viene sostituito quello animale o successivamente il seppellire monete tra le fondamenta. Ad esempio, durante il Rinascimento è Papa Paolo II a far seppellire tra le costruzioni da lui realizzate vari sacchi di monete d’oro. E’ da queste usanze che nascono le leggende precedentemente raccontate. Demonizzato, dunque ma non cancellato, l’atavica colpa dell’uomo che deve effettuare la pratica cruenta dell’uccisione per potersi garantire un futuro prospero viene “lavata” da un capro espiatorio che gli farà dire “non sono stato io“. Il diavolo diviene così il redentore del “peccato”, secondo quella idea frazeriana che è nascosta in tutto quanto sinora detto.

Curiosità, folklore, uccisioni e paure dunque che si annidano tra le pietre di ponti che, magari inconsapevolmente, attraversiamo. Allora, cari lettori, buona passeggiata lungo questi curiosi sentieri ma ricordandovi di portare con voi il vostro fedele compagno canino, non si sa mai….

Autore: Andrea Romanazzi
Messo on line in data: Ottobre 2015
Immagini a cura dell’Autore