RASNA: UN MISTERO ETRUSCO (PARTE SECONDA) di Alexandra Celia

Rasna: enigmatica ombra del mistero etrusco (seconda parte)

Le Nebbie del mistero
Molti popoli del passato, le grandi civiltà, come abitualmente le definiamo, sono avvolte dalle dense nebulose, dalle fitte nebbie dell’oscuro, quasi una trama che si trasforma in magia. Perché quest’affermazione? La storia che si apprende nelle scuole in età giovanile, ci ha aperto scenari su mitici popoli, per cultura, arte, letteratura, mitologia, religione. Basti rammentare i Sumeri, i Babilonesi, gli Ittiti, gli Egiziani, e via di seguito, la lista è molto lunga, senza contare le civiltà precolombiane dei Maya e Aztechi. E tutti quei popoli scomparsi, praticamente nel nulla, magari occultati dai segreti dei fondali marini. E su tale questione, molto affascinante, un autore di avanzate idee e ricerche, Graham Hancock, ha scritto un poderoso volume, illuminante per un verso… Civiltà Sommerse.

 

Nella foto sopra, panorama di Santorini,
l’isola greca indicata come una delle possibili sedi di Atlantide

 

Tutti sappiamo più o meno, cosa intendiamo dire con la ‘mitica civiltà di Atlantide’, ma pochi hanno fin’ora trovato e formulato degna soluzione, che possa scrivere la parola fine ad un enigma complesso e assolutamente bello. In antichi tempi, il grande filosofo Platone (428-347 a.C.) descrisse la mitica città nel suo Timeo (dove racconta avvenimenti reali del 421 a.C.), ma non solo lui vi dedicò parole e tempo; infatti molto prima il pensiero pitagorico (Pitagora, 527 a.C.) si diramava nel mito atlantideo. E cosa dire poi, di Solone, il legislatore vissuto tra il 638 e il 558 a.C., che influì il pensiero di Platone, circa la concezione di Atlantide? Vediamo il passo del brano in questione, che riferisce di Atlantide:

… Ma in seguito si verificarono immensi terremoti e cataclismi, al sopraggiungere di un sol giorno e di una sola notte terribili, in cui il vostro esercito fu inghiottito tutto quanto dalla terra, e anche l’isola di Atlantide si inabissò nel mare e sparì: ecco perché, anche ora quel mare risulta ormai inaccessibile e inesplorabile, essendoci l’ostacolo del fango, dai bassifondi che l’isola depositò inabissandosi…

Ed ora il passo del Crizia di Platone, sempre citante Atlantide:

… Per prima cosa ricordiamoci che in totale erano novemila anni da quando, come si racconta, scoppiò la guerra tra i popoli che abitavano al di là rispetto alle colonne di Eracle, e tutti quelli che abitavano al di qua; e questa guerra bisogna descriverla compiutamente. A capo degli uni era dunque questa città, che sostenne la guerra, per tutto il tempo, gli altri invece erano sotto il comando del re dell’isola di Atlantide, la quale come dicemmo era più grande della Libia e dell’Asia. Mentre, adesso sommersa da terremoti è una melma insormontabile…

Qui si parla della rivalità militare ed egemonica tra Atene e la stessa Atlantide. Città fortemente in conflitto.

L’Impero di Atlantide si estendeva fino all’Etruria, l’odierna Toscana, e all’Egitto. Un popolo costantemente in lotta per il potere e la supremazia, come dai racconti di Platone si apprende, essendo questa anche in contrasto economico e politico, come detto, con la grande Atene. Una verità riportata sempre nel Timeo. Uno stato organizzato in una città urbanistica con torri e fortezze, valente supremazia militare, con fortificazioni murarie realizzate con pietre rosse, bianche e nere, tipiche delle aree vulcaniche. Anche se per molti è unicamente un racconto mitologico, retaggio nato dalla fervida fantasia di pensatori o ricercatori di straordinarie cose. Altri vi vedono la mitica città dell’oro, una civiltà che ha lasciato forti tracce in altre successive civiltà, quindi non scomparendo del tutto e definitivamente. E ricca d’oro era la civiltà Ittita, il cui metallo aureo era fondamentale alla vita del popolo, tutto lo stato ne abbondava, in ricchezze e opere realizzate con l’esuberante, opulento metallo.

Per alcuni, forse, sarebbe presente negli stessi Etruschi, come discendenza di ceppi, o stirpi per aree geografiche. Ancora odierne ipotesi, propendono per affermare che Atlantide si trovi sepolta nel silenzio dell’oceano, forse sotto il famoso e famigerato ‘triangolo delle Bermuda’, dove si narra che velieri, aerei e navi dei nostri giorni siano stati inglobati da occulte forze gravitazionali, scomparendo definitivamente nell’assoluto nulla, senza lasciare plausibile traccia. Un vero grandissimo mistero! Irrisolvibile?…

Nel 1947, Charles Berlitz riprese l’idea e raccolse in un volume, The Bermude Triangle, l’elenco delle sparizioni romanzandone i dettagli e inserendo diverse spiegazioni, tra cui: “buchi temporali”, l’Impero di Atlantide. Una risposta esauriente non è ancora stata scritta, non solo per la stupenda Atlantide, ma anche per altre civiltà, come quella Ittita, o quella Etrusca – che ci riguarda molto da vicino, per essere prima ancora del grande impero Romano – di cui ci stiamo occupando in questo mio inconsueto racconto, che tenta un’insolita navigazione, non sotto le linee di un codice da decodificare, bensì tra i meandri di una ben diversa archeologia, di un altro possibile orizzonte, quello che io definisco dell’intuizione, della sensitività. Quindi, se una definitiva risoluzione alle varie indagini investigative non è stata formulata, ogni nuova ipotesi di pensiero è ben venuta, per comprendere e aggiungere un nuovo esaltante tassello informativo, che aiuti a trovare e scrivere, finalmente la parola fine. A pieno diritto di coloro che desiderano incamminarsi nell’arcana ricerca, scavare in nuovi siti che partono dalle profondità della mente investigativa, o che magari, trovano ispirazione da una certa sensibilità, sensitività, come fu per il citato veggente e sensitivo Edgar Cayce, che dedicò l’attività interiore della sua mente e del suo spirito, nell’esplorazione della città atlantidea, con favolose scoperte. Come quella avvenuta intorno, o meglio, sotto la grande impenetrabile Sfinge egiziana, con le sue occultate stanze di antichissimi remotissimi saperi, ormai perduti per sempre, forse!

In questo mio nuovo racconto, desidero aprire il portale sul profondo ed elevato enigma degli Etruschi, un mitico, favoloso popolo che trovò insediamento e ulteriore sviluppo nella nostra Italia, in una vasta area, ancora prima che la futura Roma fosse straordinariamente civilizzatrice e civilizzante, e conquistatrice di estese aree in tutta Europa e non solo. Raggiungendo il fulgore del potere, della civiltà, dell’arte, della tecnica della lavorazione orafa, nella misteriosa lingua e nell’espressione-culto della morte, con una visione dell’aldilà manifesta attraverso l’architettura delle stupende tombe. Come non citare quella dei Rilievi a Caere, delle Leonesse, V secolo a.C., la tomba dei Leopardi, e altre ancora nella cosiddetta ‘Banditaccia’, l’aerea archeologica che riunisce questo interessante sito di sepolcrali visioni, pensieri, atteggiamenti, per riunire l’eterno vivere all’odierno essere, semplice o complessa vita di un Etrusco, dei suoi tempi… Possono a ragione essere anche i nostri!

Nell’immagine a lato,
Ade, il Dio degli Inferi. Tomba dell’Orco.  L’illustrazione evidenzia un desiderio profondo degli Etruschi di collegare la vita terrena ad una futura sopravvivenza, dopo la morte.
Foto
Canino Onlus, organizzazione non lucrativa di utilità sociale

Gli Etruschi erano fondamentalmente un popolo guerriero e fiero; quando giunsero in terra italica – l’area da loro occupata sarà definita Etruria – trovarono nei locali Umbri gente mite e non disponibile alle guerre, quindi si adattarono ad un clima di armonia. A mio avviso, è quasi doveroso dedicare lunghe linee oscure, che occupano i fogli di cartaceo materiale, per tentare quanto meno di comprendere determinate cose, pensando anche ad un possibile legame tra Etruschi e futuri Romani, una possibile fusione o ingerenza di una civiltà sull’altra, quella nascente: prova ne è il periodo che vede i Tarquini (VI e V secolo a.C.) governare come re su Roma, per un lungo tempo. Dopo di che, la lenta inevitabile discesa fino ad eclissarsi in qualche nebulosa di passaggio… E discesero le silenziose ombre sulle loro anime!
Nella magica visione di tombe che racchiudono gli arcani segreti, che presumibilmente non riusciamo a decifrare, partendo dalle linee pittoriche, dai colori intensi, e dalle chiare simbologie, dagli enigmatici sorrisi, come nel caso del Sarcofago degli Sposi, del VI sec. a.C., ora al Museo Etrusco di Roma, Villa Giulia. I due sposi, misteriosamente, estendono un velo di magia su coloro che li osservano, consapevoli che la loro verità non sarà mai svelata, o che il loro segreto resterà tale. Perché? E’ ipotizzabile pensare che il grandioso nome di Roma, sia una chiara derivazione della parola Rasna? E se così, come sarebbe avvenuta la trasformazione linguistica? Ci piace pensare, questo, e magari scoprire un giorno, che questa ipotesi è divenuta realtà!

 

 Nell’immagine sopra, l’alfabeto etrusco

 

L’interesse per gli Etruschi in generale di archeologi e storici è cosa nota; pensiamo ai linguisti che si sono cimentati per interpretare quella strana grafia, il particolare alfabeto che caratterizzò questo popolo, come vari cippi funerari (tra il VI e il II secolo a. C., presente nei sepolcri), le Tavole Iguvine, in bronzo, del III-I sec. a.C., scritte con alfabeto Umbro-Etrusco e Latino (che si possono ammirare a Gubbio e sono una chiara manifestazione di una vita legislativa ed economica, ma anche liturgica, “come fare sacrifici agli dei”, delle antiche popolazioni Umbre con gli Etruschi), vasi, o i meravigliosi cavalli alati in terracotta, elemento particolarmente adoperato, ma non solo, nella cultura Mesopotamica, che rievocano, per affinità, o ricordano in un certo senso, i “cavalli alati” dell’ arte e archetettura babilonese, basti pensare al famoso, favoloso Giardino Pensile della città Babilonese del 590 a.C. voluto dal Re Nabucodonosor, dove vi erano raffigurati. L’architettura, in particolare funeraria, e quant’altro, ci dimostrano e comprovano l’avvenuto passaggio sulla terra dello ‘oscuro popolo’.

Nell’immagine a lato,
Il Sarcofago degli Sposi, particolare. Roma, Museo Archeologico-Etrusco di Villa Giulia
Una splendida e raffinata manifestazione artistica scultorea etrusca, enigmatico messaggio per i viventi, nel camminare arcano, tra questo e l’altro parallelo mondo. L’opera proviene da Cerveteri

 

Qualcosa che rimane occultato, da motivo di riflessione, più delle cose che evidenti si manifestano, dettava un antico filosofo… Se proviamo, per esempio, a concentrare la nostra attenzione sul magnifico Sarcofago degli sposi, osservando il loro mistico ed impenetrabile sorriso, quasi a ricordare la Monnalisa di Leonardo da Vinci, qualcosa ci pervade l’anima, un’eco di storicità e di antichissime verità che sono alla portata di tutti, ma che nessuno riesce ad intaccare se non superficialmente. La loro bellezza, nel misterioso alone magico che li circonda, pervade l’osservatore, che, catturato, non facilmente riesce a dimenticare, tale plastica figura, quasi ad un filo dall’esser vivi…

Le Tombe etrusche, secondo la mia concezione filosofica, sono i veri punti sui quali concentrare la ricerca in area etruscologica. Sì, dalla morte, forse, si può giungere alla comprensione di quanto avvenuto in vita, e non solo. Si può giungere oltre, si dovrebbe andare oltre… nella realtà di questo popolo troppo simile a noi, ma con qualche strana incomprensibile verità che non riusciamo a leggere, o semplicemente a percepire, insomma che ci sfugge, come sabbia tra le dita! Serve una chiave di lettura, il cosiddetto ‘arco di Volta’, per entrare nel vero mistero. Chi mai potrà osare tanto, solo un sensitivo che aprirà la sua mente all’incontro con il parallelo mondo, mediante una visione interiore delle cose accadute in lontanissimi eoni di tempo… Gli Etruschi erano un popolo raffinato anche dal punto di vista dell’artigianato, della realizzazione di particolari gioielli, quindi  conoscevano l’arte della lamina d’oro, lavoravano il metallo con tecniche che a noi, in tempi moderni, rimangono del tutto o quasi sconosciute.

 

Nell’immagine a lato, Antefissa con testa di Gorgone
Arte etrusca del VI secolo

 

Il fatto di acconciarsi le chiome, gli abiti indossati, il modo di posare per fermare in eterno le scene di vita vissuta, che gli affreschi, ancora vibranti colore, rivelano ad un pubblico attento e interessato: tutti dovrebbero porsi quesiti e successivamente provare a offrire risposte, poiché anche se tale popolo non esist più, in verità molto di loro è presente nel nostro DNA, in quanto eredi di una particolarissima civiltà. Nulla, comunque di quanto passato sulla terra, dovrebbe essere trascurato, ancor più se utile per fornire tasselli per comprendere le cose più elevate.

Investigare e solo investigare, questo dovrebbe essere il motto che promuove e muove gli interessi comuni, per far riemergere il ‘sepolto’, e il poco o scarsamente conosciuto. Oltre tutte le parole, teorie, ipotesi che si possono formulare, non solo citando gli Etruschi, ma qualsiasi altro lontano popolo, che il tempo rende prigionieri solo di suppellettili, o codici reperibili attraverso questo oggetto o quell’altro. Il mio motto è: ‘pensare investigando, investigando pensando’ che quanto è accaduto ieri è ancora vivo e palpitante oggi, intorno a noi, parlando una non conoscibile lingua che desidera unicamente di essere riconosciuta, decifrata, compresa e comunicata al mondo dormiente e disattento, troppo materialista per aprire cuori ed occhi, mente e spirito.

 

Gli Etruschi in antichi testi
Il problema, o la questione etruscologica, era stata già ampiamente dibattuta da grandi storici del passato; pensiamo ad Erodoto, storico greco (484-425 a.C.), che scrisse Istoriai, la Storia, in più libri, dei suoi viaggi geografici; oppure Tito Livio (59 a.C.-7 a.C.), eccellente storico sotto l’imperatore Augusto, che scrisse la monumentale storia di Roma, Ab Urbe Condita; o Dionigi di Alicarnasso (60 a.C.-7 a.C.), storico e retore greco, che visse a Roma e scrisse Antichità Romane. Possiamo oggi basarci su molteplici fonti, ma quanto queste garantiscono la verità degli accadimenti? Quanto Erodoto scrive, si può completamente accettare come verità storica? E lo stesso Erodoto, per affermare quanto sostiene, quali fonti adoperò? Andiamo per ordine, altrimenti si rischia la confusione e la dispersione del pensiero. Cominciamo col dire che Erodoto, fu fortemente affascinato e influenzato da favole e mitici racconti che circolavano ai suoi tempi. Così divenne fondamentale la concezione per cui il popolo Etrusco fosse in definitiva gente fuggita per vari motivi dalla terra di Lidia, forse per una catastrofe naturale, un terremoto, guerre intestine, una grave epidemia, o un popolo nemico che incalzava ai confini. O forse le mutazioni climatiche, o la carenza idrica, una probabile motivazione per tale emigrazione, un po’ come per i racconti biblici… Ad ogni modo resta il fondamentale mistero che non trova degna soluzione del caso.

Molti, è vero, seguirono in tempi lontani e meno la tesi di Erodoto, ma è da dire che già ai suoi tempi lo stesso storico veniva criticato per scrivere cose non vere e i motivi sono vari, come ora vado a spiegarvi. Infatti i contemporanei avevano rilevato che le notizie di Erodoto sui paesi stranieri erano talvolta false, o addirittura assurde. Gli studiosi moderni si propongono di vagliare l’origine degli errori e le spiegazioni non mancano. Per prima cosa, è stato appurato che lo storico ignorava le lingue, come quelle presenti e usate nell’impero persiano- un autore tedesco dimostra quanto detto in un suo lavoro: E. Meyer, Forschungen zur alten Geschichte, I Halle 1982, (rist. Hildescheim, 1966), pp. 192-195. a motivo di questa carenza, Erodoto deve essersi servito di interpreti sia per interrogare i suoi informatori, sia per tradurre le iscrizioni. In questo caso si sarà presentata la difficoltà di relazionarsi con persone non colte; di conseguenza, le interpretazioni e traduzioni risultavano errate: in definitiva ad Erodoto venivano comunicate oralmente informazioni non precise, che fondamentalmente costituivano la fonte inesatta per le sue indagini, le ricerche che successivamente poneva per scritto.

Tra le molte leggende che avvolgono gli Etruschi, una narra che in un mitico tempo, poco dopo gli avvenimenti della guerra di Troia (1300-1200 a.C.) che Omero descrive nel suo poema Iliade, un gruppo di reduci, alla guida di un validissimo condottiero di nome Tirseo, o Tirreno, sono costretti a fuggire dalla loro patria, alla ricerca di un nuovo fortunato luogo, dove prolungare la loro civiltà. La loro emigrazione giungerebbe fino in Italia, nell’area centrale, in un tempo in cui Roma non era ancora la grande civiltà e l’impero che sarebbe divenuta, la conquistatrice del mondo! Vediamo di riportare, a riguardo, le parole di Erodoto dal suo libro Le Storie (Libro I, 94):

… I Lidi, narrano che sotto il Re Atys, figlio di Manes, vi fu in Lydia una grave carestia, che durò sette anni. Per un po’ di tempo, riuscirono a trovare stratagemmi per nutrirsi, e non cadere nella sfiducia. La popolazione tenne fronte alla situazione piuttosto seria. Ma poi, visto il perdurare della gravità, il Re pensò bene di tirare la sorte, divise il popolo in due parti, una rimase sotto il suo comando, la seconda affidata al grande condottiero Tirseo, o Tirreno, scese nel luogo ove poterono costruire navi per salpare. Dopo lunghissima navigazione, tra mille perigli, approdarono in terra italica, presso gli Umbri, e lì stanziandosi edificarono nuove città, e tuttora vi permangono…

Poco dopo i racconti di Erodoto, Dionigi di Alicarnasso si cimentò nel raccontare di questo ‘ombroso popolo’ e controbatté le tesi dello Storico, sentenziando che gli Etruschi erano in definitiva un popolo autoctono; a seguire il grande Tito Livio giunse a pensare e sostenere che gli Etruschi potevano essere discesi da Settentrione, valicando le Alpi per trovare una sistemazione consona in terre più ricche. Il giudizio dei tre storici è in parte veritiero, ma completamente fuori pista o indagine, come vedremo.

 

Autore: Alexandra Celia
Messo on line in data: Marzo 2008