LE QUATTRO ETA’ DELL’UOMO NEL MITO ROMANO di Gaetano Dini

Le quattro età dell’uomo nel mito romano

La mitologia greco-romana parla di un’Età dell’Oro, un’Età dell’Argento, un’Età del Bronzo e un’Età del Ferro.
Queste Età, o epoche storiche, corrispondono rispettivamente nella mitologia indù al Krita Yuga, al Treta Yuga, al Dvapara Yuga e al Kali Yuga.
Nel Lazio Antico (Latium Vetus) viveva come unico e indiscusso re Giano, dio dei passaggi.
Ianus da Ianua, Porta in latino, restava immobile vedendo tutto e sorvegliando tutto. Era dio delle entrate e delle uscite, dell’andare e del venire delle genti e del tempo.
Questo dio dimorava da solo sul colle Gianicolo, che da lui prese il nome.

Confrontando questo segmento temporale del mito romano con la metafisica indù, l’epoca in cui compare Giano rappresenta il momento di passaggio dal 6° al 7° Manvantara, momento in cui si condensa il tempo passato, presente e futuro di questa specifica fase del ciclo cosmico.
Il dio Giano, che accompagna dall’inizio alla fine il mito romano, rappresenta inoltre l’impulso metafisico costante che fornisce movimento e sviluppo al ciclo cosmico.
Durante l’epoca del dio Giano, convivevano pacificamente animali, esseri umani e forze divine immerse queste in un ambiente bucolico fatto di alberi frondosi, di sottobosco diffuso, di felci e canneti sparsi, di massi ora levigati ora muschiosi posti vicino a fonti e ruscelli ridenti.
Popolavano questo mondo incantato le belle Ninfe dei boschi, i Fauni inquietanti, dalla cintola in su di fattezza umana e per il resto capri, forniti di un’intelligenza speciale e del dono del vaticinio.

In quell’epoca antica vivevano anche gli esseri umani, non in città perché ancora non erano state edificate, ma nei boschi, sui monti, gente sparsa che viveva delle sole leggi di natura.
Non lavoravano i campi, non avevano attività artigianali, cacciavano animali e mangiavano bacche e frutti spontanei della terra.
Questi uomini, forti e rudi, nati dai tronchi delle querce erano gli Aborigeni, cioè la popolazione che viveva lì “Ab Origine”, dall’inizio.
Gli Aborigeni del mito romano corrispondono alla razza umana Hamsa della tradizione indù, collocata questa all’inizio del 7° Manvantara, razza nella quale non esistevano ancora differenze e classi sociali.
I fauni del mito romano rappresentano invece simbolicamente il punto antropologico/spirituale di contatto ancora esistente tra l’umanità del 6° Manvantara appena trascorso e quella che viveva all’inizio del 7° Manvantara indù, l’Età dell’Oro romana, gli Aborigeni appunto.

Ma il tempo scorreva e Giano sapeva che sarebbero arrivati dei mutamenti. Nella sua terra sarebbe infatti arrivato un ospite molto importante che avrebbe portato dei doni preziosi. Questo ospite arrivò, era Saturno, un vecchio saggio con sulle spalle un mantello color porpora simbolo di comando e con una falce in mano, simbolo dell’opera dei campi, la mietitura.
Saturno era stato scacciato dal cielo da Giove che ne aveva preso il posto. Il nome Saturno trae origine dal temine latino “Satus” che significava Semina, Piantagione. E così Saturno come ospite gradito insegnò a Giano l’arte dell’agricoltura.
Giano che tutto sapeva e vedeva disse: “E’ iniziato un nuovo tempo, quello di Saturno”.
Grazie all’opera sapiente di quel dio, l’agricoltura fiorì dando messi in quantità. 

Gli uomini di quell’epoca, gli Aborigeni, vivevano felici nell’abbondanza. Nutrivano rispetto reciproco avendo dentro sé il “Pudor” ed erano leali tra loro, coltivando la “Fides”.
Il regno di Saturno fu un’epoca così felice che nel mito romano fu descritta come l’ “Aurea Aetas”, l’Età dell’Oro.
Ma tutto passa e ad un certo punto Saturno all’improvviso sparì, “non comparuit”.
Allora Giano disse: “Ecco, inizia un nuovo tempo, quello di Giove”.
Questo dio non voleva che gli uomini vivessero nell’inerzia, nell’ozio, e così Giano fu costretto a insegnare loro l’arte dell’agricoltura.
Gli uomini di questa nuova epoca avrebbero coltivato la terra ricavandone sostentamento e avrebbero avuto grande cura di essa.
Gli dei avrebbero dispensato annate di buoni raccolti e gli uomini avrebbero offerto loro per riconoscenza le primizie dei campi.

Gli antichi Aborigeni non esistevano più, avevano lasciato il posto a un nuovo tipo di uomini, i Coloni Romani.
Ci troviamo adesso nell’Età dell’Argento del mito romano antico, il  Treta Yuga della mitologia indù.
Giano, memore della felice epoca passata, volle però ricordare la figura di Saturno istituendo la festa romana dei “Saturnalia” che iniziava il 17 dicembre e durava una settimana.
Durante questa festa venivano rovesciate le regole sociali. Liberi e schiavi, servi e padroni si confondevano tra loro nei comportamenti e nell’abbigliamento, in onore dell’epoca di Saturno nella quale le classi sociali non esistevano.
Pico, figlio di Saturno divenne re del Latium Vetus.
Sposò la bella ninfa Canente, il cui nome deriva dal verbo latino “Canere” che significa Cantare, qui inteso come recitazione di versi, i magici “Carmina  che permettevano agli uomini di mantenere un contatto diretto con gli dei.

Racconta il mito che Circe, innamoratasi di Pico e da lui rifiutata, lo trasformò per vendetta in un uccello, il Picchio. Il Picchio divenne in seguito l’animale totemico degli Umbri Piceni, che furono accompagnati e protetti durante i loro “Ver Sacrum” da questo animale.
Fauno era figlio di Pico. Egli era un “Numen silvester” e come tutti i Fauni aveva la parte superiore del corpo umana e quella inferiore caprina.
Queste fattezze gli permettevano come re laziale di avere ancora un contatto diretto e di dialogare con gli dei e di connettersi con le dimensioni passate, capacità queste che gli uomini della sua epoca avevano ormai perso.
Fauno, re saggio, recitava infatti negli antichi versi latini, i misteriosi Saturni, profetando nel contempo.
Con l’epoca di Pico e Fauno si conclude l’Età dell’Argento romana, il  Treta Yuga indù.

Sul colle Palatino, il primo dei sette colli abitato, regnava ora Evandro, di origine greca. Suo nonno era stato Pallante, re di Arcadia.
Ercole, di passaggio in quella zona con le sue mandrie di buoi, subì un furto di bestiame da parte del gigante Caco. Così Ercole affrontò il gigante uccidendolo.
Il gigante che terrorizzava le genti di quelle contrade non c’era più, il pericolo era passato. Evandro per riconoscenza dedicò a Ercole un’ara su cui avrebbero giurato da allora in poi tutti i mercanti ogni volta che veniva effettuata una compravendita in assenza di testimoni.
Con questi fatti siamo ora entrati nell’Età del Bronzo romana, il Dvapara Yuga indù.

Tempo dopo arrivò nel Lazio Antico Enea coi suoi Troiani. Ene, nobile principe, trovò buona accoglienza e sposò Lavinia, figlia di re Latino, che regnava sulla città di Lavinio. Da quell’unione nacque un figlio, Ascanio, che in seguito divenne re di Lavinio. Ma Ascanio desiderava terre migliori e così con alcuni dei suoi sudditi compì un “Ver Sacrum” per fondare una nuova città.
Trovato il posto giusto, fu fondata la città di Alba Longa che racconta il mito venne popolata da 600 famiglie provenienti da Lavinio.
Su Alba Longa regnò però non Ascanio, ma Silvio, suo figlio o fratello.
Silvio diede inizio alla dinastia dei re albani, re giusti e potenti.
Dopo Silvio regnarono su Alba Longa Silvio Enea, Silvio Latino, Alba, Ati, Capi, Capeto e Tiberino, che poi fu rapito dal fiume che prese il suo nome, il Tevere.

A Tiberino successe Agrippa, poi Romolo Silvio, che morì colpito da un fulmine, e altri re ancora fino ad arrivare ad Aventino. Questi ad un certo punto della sua vita sparì in mezzo ai boschi sul colle che da lui prese il nome.
Figure mitiche di re queste le cui vicende furono riutilizzate nella mitologia successiva in riferimento sia a Romolo che agli eroi romani.
Su Alba Longa regnò in seguito Proca, padre di Numitore erede legittimo e di Amulio. Ma Amulio spodestò il fratello, cui uccise anche il figlio Lauso.
Numinore aveva anche una figlia, Silvia.
Amulio impose alla nipote di farsi sacerdotessa vestale in modo da non poter ella avere una discendenza.
Ma Silvia, divenuta ora come vestale Rea Silvia, fu sedotta dal dio Marte.
Da questa unione divina ed umana insieme nacquero due gemelli, Romolo e Remo.

I gemelli salvati dalle acque furono allattati da una lupa, suggendo col latte la linfa di lei. I due crebbero forti e selvatici e in seguito, dice il mito furono trovati e allevati dal pastore Faustolo e dalla moglie Acca Larenzia.
Divenuti grandi e informati sui torti subìti, Romolo e Remo andarono ad Alba Longa, assaltarono la reggia e uccisero il malvagio Amulio, ristabilendo sul trono il nonno Numitore, legittimo re.
Ma i due fratelli non potevano rimanere ad Alba Longa. Misero così alle spalle quella realtà e compirono con chi li voleva seguire il loro Ver Sacrum” alla ricerca di un territorio dove fondare una propria città.
Con la fondazione di Roma e il successivo regno di Romolo inizia l’Età del Ferro della mitologia romana, il Kali Yuga della tradizione indù.
Romolo, re guerriero e legislatore, associò in seguito al trono il sabino Tito Tazio, re di Cures. Regnò con lui e dopo la morte di Tazio continuò a regnare da solo.

Fuori dal suggestivo mito della fondazione di Roma, le cose andarono storicamente così.
L’isola Tiberina sul Tevere si trovava sotto le pendici dei colli romani ed era un importante guado del fiume, divenuto mercato di animali e prodotti agricoli, richiamo di genti anche lontane. Siamo intorno al 1000 a.C.
Dall’assembramento di queste genti, che a ritmi regolari si incontravano in questo punto per commerciare, si svilupparono i primi villaggi abitati sulle pendici dei colli limitrofi.
I primi abitanti autoctoni vivevano in piccoli villaggi sul Colle Palatino, il primo colle a essere popolato. Il Colle “Palatinus” derivava il proprio nome dal latino “Palatium”, Palazzo, Costruzione, cioè il colle dove c’erano le costruzioni, gli edifici, i primi villaggi che poi diedero vita alla città di Roma. 

A questo primo nucleo abitativo, col tempo si sovrapposero per sinecismo (aggregazione) genti laziali proveniente dalla città di Alba Longa in prossimità degli odierni Colli Albani e da zone limitrofe ad essi.
Giunsero inoltre Sabini provenienti dalla città di Cures, la prima città sabina che si incontrava sulla via Salaria nella Sabina Tiberina, città posta nel sito vicino a dove oggi sorge il paese di Fara in Sabina in provincia di Rieti, e Sabini provenienti da zone limitrofe a Cures.
Arrivarono anche Etruschi che vivevano in prossimità dei sette colli romani, territori quelli posti oggi nell’odierna provincia di Viterbo.
Col tempo furono progressivamente popolati anche gli altri colli di Roma. Questa quindi, al di fuori del mito che leggiamo sui libri di storia, fu la vera nascita della Roma arcaica.

Rapito in cielo dagli dei, a Romolo successe Numa Pompilio, re sabino originario della città di Cures.
Numa fu legislatore e pontefice, come dice del resto la composizione del suo nome. Fu Numa figura allegorica sotto la quale a Roma fu completato l’assetto istituzionale, sia giuridico che religioso.
A Numa Pompilio seguì come re il romano Tullo Ostilio. Re guerriero, combatté contro Alba Longa, ma si distinse anche per la prima riforma agraria a favore del popolo di Roma. Morì da anziano nella sua reggia colpito da un fulmine scagliato da Giove.
Dopo di lui fu re di Roma Anco Marzio di origine sabina, parente di Numa Pompilio.
Anco fu un re completo. Fece campagne militari, potenziò le istituzioni religiose e la sacralità romana, portò avanti una politica urbanistica ampliando la cinta muraria della città e favorendo il potenziamento demografico sui colli attorno ad essa ancora disabitati. Anco morì nella sua reggia di vecchiaia.

Ne usurpò il trono il greco/etrusco Tarquinio Prisco che, nominato da Anco tutore dei suoi figli, disattese l’impegno facendosi re. Così racconta il mito.
A Tarquinio Prisco successero altri due re di origine etrusca, Servio Tullio, il probabile Mastarna storico, guerriero di origine non nobile, cosa espressa del resto dal suo nome, e Tarquinio il Superbo.
Al di là delle figure semi-leggendarie dei re di Roma, queste adombrano storicamente alcune famiglie appartenenti alle “Gentes Originariae”, i clan familiari o “Gens” della Roma arcaica che esercitarono in periodi diversi il predominio sulla città.
La figura di Romolo esprime storicamente il predominio sulle altre Gens da parte della “Gens Romilia”, di matrice romana.
Con Numa Pompilio abbiamo il predominio su Roma di una famiglia sabina della quale si è perso il nome storico. In seguito il predominio fu esercitato da un’altra famiglia romana, la “Gens Hostilia”, adombrata questa nella figura di Tullo Ostilio.
A questa famiglia romana subentrò nel predominio della città di nuovo una famiglia sabina, la “Gens Marcia”, nel mito rappresentata da re Anco Marzio. Gli ultimi tre re di Roma esprimono storicamente il predominio su di essa di genti etrusche.

Con il passaggio alla Repubblica Romana e poi all’Impero Romano si lascia il mito e si entra nella storia, ma l’Età del Ferro continua, fino ad arrivare non terminata alla nostra epoca.

 

Un collegamento metafisico con la Bibbia

All’Età dell’Oro romana, il Krita Yuga indù, corrisponde nella Genesi la figura dell’uomo a immagine di Dio, che viveva da solo nel Paradiso Terrestre prima della comparsa di Eva.
All’Età dell’Argento romana, il Treta Yuga indù, corrisponde nella Genesi la coppia Adamo ed Eva che viveva nel Paradiso Terrestre prima del Peccato Originale.
All’Età del Bronzo romana, il  Dvapara Yuga indù, corrisponde il momento biblico della cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden e il loro vivere con sudore sulla Terra.
La coppia ebbe tre figli, Caino, Abele e Set.
Con il susseguirsi dei patriarchi pre-diluviani biblici, progenie di Caino e Set, si abbandona progressivamente l’Età del Bronzo e si entra con Noè e il Diluvio nell’Età del Ferro romana, il Kali Yuga indù.

Durante lo svolgersi mitico e poi storico di queste quattro età, sia nella mitologia romana che in quelle indù ed ebraica, questo svolgersi cronologico evidenzia una degradazione morale dell’umanità sia nella propria felicità interiore che nelle proprie virtù.
Bisognerebbe poi invertire i termini di lettura sia del mito che della storia cui siamo da sempre abituati.
All’Età dell’Oro romana, il Krita Yuga indù e l’uomo biblico pre-adamitico del Paradiso Terrestre, corrisponde ontologicamente la Vecchiaia dell’umanità, intesa questa come saggezza dell’uomo.
All’Età dell’Argento romana, il Treta Yuga indù e la coppia biblica Adamo ed Eva nell’Eden, corrisponde come simbolismo ontologico l’età matura dell’uomo, età dell’equilibrio.
All’Età del Bronzo romana, il  Dvapara Yuga indù e la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre biblico con il susseguirsi dei patriarchi pre-diluviani, corrisponde invece la gioventù dell’uomo in termini questa di forza, irruenza ed anche di superficialità.
L’Età del Ferro romana, il Kali Yuga indù e i vari patriarchi post-diluviani della Genesi, ha come riferimento simbolico l’infanzia dell’uomo, intesa questa nelle sue manifestazioni di puerilità e agitazione disordinata, necessitante di una guida esterna. Cosi come di una guida spirituale esterna necessita fortemente l’umanità contemporanea vivendo questa gli ultimi tempi dell’Età del Ferro, divenuti i tempi dell’Acciaio.

 

Bibliografia
Ferro Licia, e Monteleone Maria- Miti romani, Einaudi edizioni

 

Autore: Gaetano Dini
Messo on line in data: Febbraio 2021