RITI DEL CAPODANNO IN RUSSIA di Aldo Marturano

I riti della festa del Capo dell’Anno

La natura si è svegliata e da sotto la neve che ancora copre i campi cominciano a spuntare i primi fiori. Se nelle latitudini del Mediterraneo la primavera si sente con l’aumento della temperatura, qui nel nord, dove il panorama è dominato dal color bianco della neve, la primavera la si vede nei colori che cambiano poiché i colori sono figli della luce del giorno. Infine, siamo sicuri che l’equinozio di primavera è davvero arrivato? E’ immaginabile che per qualche giorno l’occhio attento dello smierd (il contadino russo) esitava a credere che il sole fosse tornato come l’anno prima e per rispetto agli dèi ogni attività in casa si fermava in attesa di una conferma da un messaggero divino. La pec’ka cominciava a non essere più rinfocolata per tutto il dì e si mangiava quanto era rimasto il giorno prima in attesa dei nuovi frutti. Quando questo giorno dell’Equinozio fu dedicato all’Annunciazione di Maria (25 marzo) tutti questi riti cambiarono di forma, ma il contenuto rimase lo stesso: la speranza che il mondo rinascesse per davvero! Oggi sappiamo già che senza ombra di dubbio la vita riprende perché abbiamo una conoscenza più scientifica del fenomeno astronomico, eppure… aspettiamo che arrivino le rondini prima di dire che la primavera è arrivata! Antichi resti pagani?

In realtà però le rondini giungono qui un po’ oltre l’inizio della primavera, non appena fiorisce una pianta particolare: il Chelidonium maius o Celidonia o Erba Porraia (in russo Cistotel/Чистотел)! E questo era ben noto allo smierd del nord russo il quale credeva per di più che il succo di questa pianta fosse usato dalle rondini proprio per nutrire i piccoli che avevano nel nido e tenerli in salute fino alla successiva migrazione d’autunno. La Celidonia era il segno della primavera e del ritorno dei colori. Non solo! Siccome poi il sole era una forza divina, in qualche modo esso abitava in quella pianta e, per assicurarsi che gli dèi avessero mostrato della buona volontà verso di noi, era necessario attendere che la Celidonia fiorisse. A questo scopo, benché si conoscessero le proprietà velenose del suo lattice fresco molto acre per alcuni animali domestici e per l’uomo, la pianta era coltivata nel giardino di casa e, raccolta intorno a maggio, era persino usata, ma secca e quindi avendo perso la velenosità, per lavare i bimbi e per liberarli, ad esempio, da alcune malattie della pelle come le verruche o i porri (come indica appunto il nome russo che più o meno significa pelle pulita!).

Insomma il “Capodanno” non era una data così ben precisa stampata su un calendario appeso alla parete e la sua celebrazione si poteva protrarre per diversi giorni…
Tutto questo oggi si è cristallizzato dalle tradizioni nei cosiddetti Svjatki che vanno dal Natale fino appunto al 31 dicembre ed è notevole che nel Novgorodese questo periodo si chiami ancora il periodo dei maghi (Kudjes/Кудес) proprio perché ci si rivolgeva ai maghi e agli stregoni (cioè ai volhv, in ultima analisi) per sapere se il sole sarebbe ritornato e se gli dèi avrebbero esaudito i desideri accumulati. Chi sa parlare con gli dèi il mago, il sapiente, il veggente o persino l’antenato che vaga invisibile intorno a noi è in grado di venirci incontro in questo periodo dell’anno…

Certo, dalle Cronache medievali sappiamo che chiunque avesse fama o esercitasse il mestiere di mago era condannato dalla religione ufficiale, dal Cristianesimo, come Figlio del Demonio, ma nelle società pagane dell’Europa centro-orientale questi volhv per molto tempo conservarono un ruolo importantissimo e non scomparvero nel nulla soltanto perché apparve la nuova “magia” cristiana! In modo particolare nel volhv russo troviamo moltissime analogie nelle sue funzioni con quelle degli sciamani del mondo mistico ugro-finno-altaico sebbene, di documentato, ci sia pochissimo. Come si riconoscevano questi personaggi fra gli altri comuni mortali? Probabilmente nello stesso modo in cui gli Scandinavi dicono nelle loro saghe di riconoscere uno sciamano lappone o altaico. Tecnicamente secondo M. Eliade: “Gli sciamani vengono riconosciuti attraverso 1. improvvisa vocazione o scelta 2. per passaggio di eredità oppure 3. per scelta personale e, più raramente, per una scelta fatta dal clan”.

Il volhv non era solo il custode e il celebrante dei riti divini, ma doveva avere anche una funzione importante dal punto di vista igienico. Era lui a definire quali cibi sono puri e quali impuri, quali cibi servono a far vivere bene e quali invece possono inquinare il corpo e portarlo alla morte, quali alimenti possono essere raccolti per curare e quali altri per inebriare etc.
A parte ciò comunque, per quanto riguarda un’eventuale organizzazione “ecclesiastica” dei culti antico-russi e dei suoi sacerdoti, non ne sappiamo granché e vaghiamo nella nebbia e quindi ci asteniamo a questo punto dal parlarne oltre. Quanto poi a sapere dove si rifugiarono i maghi e le streghe durante la persecuzione del Cristianesimo ufficiale, non è difficile immaginarlo, dato che lo stesso avvenne nel resto d’Europa: nella foresta! E qui generarono con la loro presenza leggende e miti sui tanti esseri misteriosi che incontreremo più avanti.

Nell’immagine a lato,“L’uccello delle profezie” di Victor Vasnetsov (1848-1926)

 

La cosa strana che notiamo invece è che i riti per conoscere il futuro solitamente si svolgono di notte. Perché mai? Eppure la notte è la negazione dell’esistenza. La ragione si nasconde nel fatto che solo nel buio vagano gli spiriti che ci possono aiutare e solo essi sono capaci di squarciare i veli del tempo dandoci le informazioni richieste! Se rimaniamo svegli ecco che li potremo vedere aggirarsi e potremo interrogarli direttamente, se invece dormiamo essi ci vengono in sogno…
I primi giorni dell’anno perciò erano riservati ai vecchi della famiglia che conoscevano tutte queste storie. Intorno ad essi ci si raccoglieva per ascoltare dalla loro lunga esperienza l’annuncio che ci sarà un buon raccolto ed altre amenità! Essi raccontavano come, parlando con le forze della natura, avevano saputo che… Nelle lunghe sere invernali tutti i giovani pendevano dalle loro labbra!

La società contadina russa era, ed è rimasta, una comunità del parlare e del raccontare e quindi le cose che gli anziani sapevano dire con il loro linguaggio cantilenato e rimato erano ascoltate con attenzione e divertimento, tanto più che i racconti si rifacevano alle grandi imprese passate degli antenati esaltandole e infiorandole con gran diletto degli ascoltatori. E’ proprio in questo ambiente nascono infatti queste famose byline russe… Una bylina ci racconta anche sulla lunga cerimonia del primo dell’anno, di questa cerimonia importante che ancora oggi si esegue, benché in parte inquinata dalla fretta e dalla vodka e da… san Basilio. A Capodanno infatti si festeggia quest’ultimo santo e si prepara la cosiddetta kascia del santo.
A mezzanotte la vecchia della casa si è recata nell’ambar e di lì ha prelevato la grec’ka (Polygonum fagopyrum o grano saraceno) pulita per preparare eccezionalmente la succulenta e densa pietanza. I vecchi invece hanno preso (eccezionalmente appunto) l’acqua dal pozzo e l’hanno posta in brocche di legno ben pulite che sarà poi mescolata col latte in quantità ben determinata. La pec’ka intanto si riscalda per potervi mettere a cuocere la kascia nel pentolone con l’acqua e latte strettamente necessaria e con un pizzico di sale. Poi tutti si allontanano per un certo tempo perché occorre che nessuno stia a guardare o ad attendere la cottura, troppo da vicino. Se così si facesse la kascia potrebbe scuocere o mandare cattivo odore di bruciato.

Finalmente ci si riunisce di nuovo in attesa che si tiri fuori il pentolone. La sola vecchia è rimasta tutto il tempo in piedi ed è colei che avrà l’onore di servire tutti i presenti. Ora è il momento giusto e la nostra cuoca racconta quasi cantando:

Ho seminato, ho cresciuto la grec’ka tutta l’estate, l’ho fatta diventare bella e grande e di color bruno come deve essere. L’ho mandata poi a Costantinopoli a far visita all’imperatore e a partecipare al banchetto in suo onore. E lei ci è andata con i principi e i bojari, con l’onorevole avena e con il dorato frumento. Tutti aspettavano la grec’ka nostra . Tutti erano in attesa alle porte dagli archi di pietra. Le sono venuti incontro principi e bojari e l’hanno fatta sedere su una tavola di quercia a presiedere il banchetto. Adesso però è qui a farci l’onore di essere nostra ospite”.

Poi prende il pentolone e tutti si levano in piedi in atto di riverenza perché la kascia dovrebbe essere pronta. I zakuski sono stati preparati e distribuiti in tutti gli angoli possibili della tavola e intanto si canta, si gioca, si scherza… Tutti guardano il pentolone: E’ pieno oppure no? La grec’ka si è gonfiata abbastanza? Se c’è odore di bruciato allora è un anno di guai. Se il pentolone non è pieno o, al contrario, trabocca è la stessa cattiva previsione… Se, addirittura, la pentola si fosse crepata è davvero una catastrofe per la casa e allora pentolone e kascia devono essere gettati via e la tristezza cadrebbe su tutta la famiglia prima di ricorrere alle arti di una znaharka. In realtà la grec’ka ben dosata con la quantità d’acqua giusta e cotta per il tempo giusto non delude: si gonfia e rimane morbida e buona. Ad una cuoca ormai esperta come la vecchia di casa ciò non dovrebbe riservare sorprese. Salvo il colore. Prima di distribuirla, infatti, la nostra donna solleva la tovaglietta che copriva la pentola. Non è né bianca né disfatta né scotta e quindi ci sarà tanta fortuna. Fatta questa ispezione, si mangia finalmente! Si mangerà fino a raschiare le scodelle di legno. A chiederne ancora saranno specialmente i più piccoli che allegramente partecipano alla cerimonia!
A quale avvenimento storico fa riferimento la nostra cuoca? Forse si può pensare che si riferisca al fatto che la grec’ka (o grec’a, grec’iha, da tradurre come greca) diventata popolarissima in tutta la Pianura Russa, ma solo per polente e simili piatti in eventi speciali, fu introdotta intorno al X-XI sec. proprio dalla Grecia. Oppure che la grec’ka, sebbene degna della classe nobile, è anche cibo dello smierd che la mangia proprio per iniziare bene l’anno. Di più non possiamo dire…

Pilaf di grano saraceno
(ricetta tradizionale ucraina tratta da Food Remedies, Rodale Inc. 1997 e ridotta da ACM)

Ingredienti:
2 cucchiaini di olio (di semi di lino)
¾ di una tazza di cipolla finemente tritata
¾ di grec’ka
½ tazza di carote tagliuzzate
1 bianco d’uovo ben battuto, ma non a neve
brodo di pollo
maggiorana
pepe nero
prezzemolo

Preparazione:
In una capace casseruola di coccio scaldare l’olio e aggiungere poi la cipolla che si fa dorare per 5 minuti, mescolando. La cipolla soffritta si tira fuori con la schiumarola e si mette ora da parte in un piatto. Aggiungere ora la grec’ka nella casseruola con l’olio caldo rimasto e passare a calore molto moderato. Cuocere mescolando per ca. mezzo minuto e aggiungere nell’olio le carote e mescolare per combinare i sapori. Aggiungere il bianco d’uovo mescolando bene con una forchetta in modo che aderisca ai grani di grec’ka e alle carote. Sempre mescolare per non formare grumi per un minuto quando vedete che il bianco è ormai cotto e la grec’ka ora sembra croccante abbastanza. Un po’ alla volta ora si aggiunge il brodo di pollo, la maggiorana e le cipolle che avevate tenuto da parte. Si copre il tutto e si lascia cuocere, sempre a fuoco moderato, per una decina di minuti e cioè finché la grec’ka non ha assorbito tutto il liquido. Aggiungere ora il pepe e mescolare per mezzo minuto. Tirar via la casseruola dal fuoco e spargere con prezzemolo tagliuzzato.

Torniamo però al nostro assunto. Le ragazze puberi (krasnye devizi/крaсные девицы) nella notte del giorno prima, si sono già riunite in un angolo dell’izbà in segreto con le sopradette vecchie di famiglia e col loro aiuto hanno eseguito i gadanie ossia le pratiche per indovinare come quando e con chi si sarebbero sposate. Noi ne descriveremo molto sommariamente qualcuno.

1. Gadanie na vesc’ciah (Гадание по вещах). Qui si cerca il futuro attraverso gli oggetti preziosi dei giovani che vogliono sapere.
2. Oklic’ka prohozhih i proezzhih (Окличка прохожих и проезжих). Questo rito è simile a quello della Santa Monaca in Puglia in cui si fanno delle semplici domande al primo che passa sotto la finestra a piedi o su carro.
3. Podsluscivanie(Подслушивание). Qui si sta attenti, senza farsi vedere, a raccogliere le parole dei vicini che chiacchierano in casa propria e da queste dedurre il futuro.
4. Gadanie na kurizah (Гадание на курицах). Questa si fa con un gallo ponendogli davanti vari tipi di cibi da becchettare e di qui si deduce il responso.
5. Gadanie u vorot (Гадание у ворот). Questa è simile alla 2. poiché ci si pone appoggiati allo steccato e si chiede al primo passante.
6. Gadanie basc’makom (Гадание башмакoм). Questa si compie con la scarpa sinistra che una ragazza lascia cadere davanti alla porta di casa e dalla direzione che la punta indica ne trarrà l’auspicio.
7. Gadanie lucìnoju (Гадaние лучиною). Questa consiste nel correre con un ramo di betulla fresco al pozzo, bagnarlo con l’acqua e sempre di corsa tornare a casa e porlo nella pec’ka. Se il ramo brucia subito vuol dire lunga vita, se non brucia vuol dire morte e se brucia con crepitio vuol dire malattia.

Invece del gadanie qualche ragazza, addirittura!, preparava in modo particolare un finto pranzo per il suo ancora sconosciuto promesso sposo… allo scopo di forzare gli eventi! Innanzi tutto preparava pane e sale e un pane piatto (lepjosc’ka/лепешка) per mangiarvi dentro. Accanto a questo poneva solo un cucchiaio di legno e mai il coltello (la forchetta giunse storicamente molto più tardi!). Poco prima di mezzanotte la ragazza si sedeva davanti e diceva: “O promesso vieni da me a cena!” Non appena mezzanotte fosse suonata, ecco che il promesso si sarebbe fatto vivo!
E, se non era il promesso sposo? Beh, capitava talvolta che qualcuno arrivasse inaspettato per il primo dell’anno! Era lo Spirito della Fortuna, il Polaznik/Полазник (nella mitologia slava ha anche il nome di Badnjak ed è un giovane con la barba) che veniva a far visita! Se era proprio lui, e lo si riconosceva dal fatto che portava con sé un ceppo di legno da ardere (poleno/полено) sulle spalle, allora si intavolava subito un banchetto in suo onore poiché come spirito benigno sapeva leggere il futuro e sapeva consigliare chiunque per la riuscita di tutti i buoni propositi.

Perché mai ci siamo fermati ripetutamente sul desiderio di matrimonio delle giovani donne? Evidentemente perché nella vita contadina c’erano degli eventi più importanti di altri e fra questi si segnava proprio l’uscita dalla famiglia avita della donna (in russo infatti lo sposarsi della donna si dice uscire dietro al marito, vyitì zamuzh/выити замуж). Ne parleremo più a lungo in un’altra parte del nostro lavoro perché in realtà, al contrario di quanto si dice da noi, il matrimonio era quasi un avvenimento doloroso e traumatico nell’antica Rus’…

Nell’immagine a lato,
“La fanciulla delle nevi”, personaggio di una celebre fiaba popolare, di Victor Vasnetsov (1848-1926)

Un rito invece ci interessa particolarmente, perché ha dei riscontri nel resto della Slavia (e persino nell’antica Scandinavia!) coi primi dell’anno nuovo, è la visita ai vicini e lo spargimento delle granaglie tradizionali mentre si invoca un raccolto migliore per l’anno che inizia. Si mandavano infatti in giro per le izbe i giovani i quali con panierini fatti di scorza di tiglio intrecciata (lukosc’ko) pieni di miglio, segala e avena bussavano cantando e suonando alle porte e poi lanciavano quei chicchi per aria nell’angolo “bello” dell’izbà augurando ogni bene anche nel campo (s’ciastie i zdorovie i horoscii urazhai/счастие и здоpовие и хороший уражай). I ragazzi venivano accolti dalla padrona di casa con un’offerta di paste dolci. Oggi si offrono biscotti e cioccolatini, ma una volta erano offerti dolcetti fatti con farina e miele, di cui però non sappiamo scegliere una ricetta giusta per attribuirla con sicurezza al X-XII sec.

In realtà in questo rito si nascondeva la venerazione dei propri antenati morti e nel seguito vedremo meglio come gli Slavi “convivevano” con essi. Ma, quale divinità presiedeva a questi riti d’inizio dell’anno? Nella mitologia slava si è conservato il nome di Avsen’/Aвсень (probabilmente con etimo che significa il “celeste” perché portava il bel tempo, vjòdro/ведро). Lo si immaginava come un uomo-dio a cavallo che attraversa un ponte che si è costruito da sé e che in questo modo “fa entrare” tutte le feste gioiose dell’anno che arriva. Con Avsen’ è legata tutta una serie di piatti tipici che elenchiamo:

Bliný/Блины ossia frittelle

Lepjòsc’ki/Лепешки focacce molto schiacciate

Piroghì/Пироги dolcetti

– Piedini di porco arrostiti

– Kàscia/Каша di varie granaglie

Come è logico non c’è nessun piatto fatto con roba fresca, poiché stiamo appena uscendo dall’inverno! Lo strano però è che non compare neppure frutta secca o seccata che era invece un cibo molto comune durante la stagione brutta…

Abbiamo detto sopra che il Gallo è l’uccello che annuncia la luce, l’Usignolo la primavera e, se da noi è la rondine che annuncia la primavera, qui invece è l’Allodola!
L’Allodola (Alauda arvensis in russo zhavoronok/жаворонок) è un uccello migratorio e i maschi iniziano a cantare nel primo mattino dell’Equinozio per conquistarsi la propria femmina, ma anche per fissare il proprio territorio dove troverà posto il nido. Talvolta si hanno vere e proprie zuffe nell’aria fra maschi concorrenti. Il tempo per stare qui al nord è limitatissimo per loro e devono vincere la loro battaglia per fare in fretta una bella cova. Tutto questo spettacolo ha sempre affascinato il contadino e i suoi ragazzi che guardavano questo uccello volteggiare sulle loro teste col suo canto dolce e a volte stridente, che lottava col tempo per poter migrare con i nuovi nati verso sud al primo accenno di freddo. Addirittura, quando l’Allodola accennava a voler volare via voleva dire che anche il lino era cresciuto abbastanza e si sperava che volasse proprio dove le donne avevano seminato questa preziosa pianta affinché essa crescesse alta e ben fatta. Se ciò non avveniva, erano guai. Anzi! Per ovviare, se ne catturavano di allodole e le si liberavano al giorno giusto sopra il campo seminato a lino (e a canapa). Un dolcetto tipico in onore di questo sacro uccello erano dei biscotti (a forma di allodola, naturalmente) con un buco in mezzo per poterli infilare in un bastoncino che i ragazzi si portavano in giro nel giorno di festa (poi assimilata con i 40 Martiri Cristiani del 22 marzo) e mangiucchiavano cantando:

Lodolette qui volate,
e il gelo d’inverno allontanate,
calore a primavera invece portate.
L’inverno ci ha stufato
e il pane è ormai tutto mangiato!

E mostravano i biscotti agli uccelli volteggianti per far vedere che quello era tutto il cibo ormai rimasto. Non sappiamo che sapore avessero queste “allodole di pane”, ma dovevano essere simili ai Bretzel del sud tedesco! Tutto dunque era fatto in onore dell’astro solare tornato fra gli uomini.

 

Autore: Aldo Marturano
Messo on line in data: Aprile 2007
Da Vita di Smierd, cibo e magia nel Medioevo russo
© Aldo C. Marturano, Edizioni Atena, 2007.